SAMOA Scrittori sulla rotta dei sogni

Stevenson, Maugham, Jack London: l’affresco di Borsani sul paradiso dei Mari del Sud che ha sempre attirato artisti, avventurieri e lestofanti

Le cose perdono di valore e di interesse nel momento in cui sono alla portata di tutti. Ovvietà dal sentore reazionario ma incontestabile.
Anche un cafone può scattare foto tecnicamente perfette, grazie a macchine sofisticate. L’aeroplano permette di raggiungere con relativa facilità luoghi un tempo remoti e avvolti nel mistero. Il mare d’inverno - un tempo rifugio di esteti solitari - diventa un fatto alla moda: il che gli arreca oltraggio e lo rende banale. Resta la mente dell’uomo, la sua fantasia e la capacità di creare il mito: la costruzione del «non luogo» di valenza letteraria e favolosa.
Per questo, l’ultimo rifugio del viaggiatore non sono le corde e la piccozza, o la ricerca dell'emozione sempre più estrema: è la letteratura. Riempiamo una valigia di libri, se vogliamo viaggiare in buona compagna...
Pensiero certamente condiviso da Ambrogio Borsani, anomalo docente universitario (scrive con uno stile che coinvolge e appassiona), autore di Stranieri a Samoa (Neri Pozza, pagg. 163, euro 14,50), un eccellente libro di viaggi.
L’interesse dell’autore per i Mari del Sud non è recente. In Addio Eden e in Tropico dei sogni (ancora Neri Pozza) aveva già raccontato le isole Marchesi e Mauritius. Il suo affresco dei Mari del Sud si amplia adesso puntando l'obbiettivo su Samoa. Il risultato, sull’onda delle precedenti fatiche, è un volume complesso, polifonico: insieme reportage, creazione letteraria e testimonianza. Borsani si muove sulle orme dei grandi viaggiatori, scrittori e artisti che hanno fatto rotta su Samoa, e si sente che lo fa con rispetto, sensibilità, intelligenza, affettuosa partecipazione.
Ora descrive l’ultima mesta ascensione di Stevenson in cima al monte Vaea, portato a spalla da una dozzina di samoani e seguito da un corteo funebre composto da un centinaio di abitanti dell’isola, per essere sepolto in una tomba a forma di casa. Poi racconta le disavventure del francese Marcel Schwob - che a Samoa più che altro portò a spasso le sue malattie - anch’egli un «Tusitala», un raccontatore di storie, come l’immenso Stevenson.
Quindi è la volta dello sfortunato quanto eccellente artista conte Nerli (che in realtà era un marchese), che lascia la sua Siena nel 1885 per l’Australia, «stravagante di prima grandezza» che vuole, sulle orme di Gauguin, «praticare liberamente la sua arte» e portò l’impressionismo, nuova pittura dell’Europa, dall’altra parte del globo.
Più tardi di Erich Scheurmann, un tedesco cialtrone, autore del cinico bestseller Papalagi nel quale si celebra il mito fasullo del buon selvaggio, che s’imbarca per Samoa nel 1914, a trentasei anni. Là Scheurmann disse di aver raccolto le parole del capo indigeno di Tiavea che aveva viaggiato in Europa e ne descriveva gli empi difetti. Poi toccherà al duca Caffarelli, esempio rarissimo di geniale filantropo che, per fare il medico a Samoa, lasciò per trent’anni il suo palazzo di via Condotti. Somerset Maugham, agente segreto, Jack London, che si muove sulle orme di Melville, ed Emma Coe, avventuriera eletta regina di Nuova Guinea, il grottesco re di Tonga, che sognava una nazione con cento milioni di sudditi, ma a cui la nascita ha riservato un arcipelago con soli centomila abitanti, e tanti altri ancora.
Borsani si identifica completamente nei suoi personaggi, tracciandone un ritratto psicologico di rara acutezza. I Mari del Sud sono lo scenario favoloso che rende possibili questi racconti. Un Eden di cui pure l’autore coglie l’inarrestabile corruzione, come lo sfaldamento di un bel ricordo che assuma i contorni sfumati del sogno. Così, Borsani descrive da grande scrittore l’incontro con una prostituta samoana, il cui assalto è fronteggiato con l’offerta di un hamburger. Hamburger e Coca Cola (che bandisce sull’isola un concorso per voci nuove): ecco due segnali del «nuovo» che avanza.
Già prima, nel 1952, Samoa era diventata famosa perché Gary Cooper vi aveva girato un film. Lungo la strada per Apia, l’attore aveva visto gruppi di indigeni fermi ai bordi per salutare il suo passaggio. A un certo punto la macchina aveva cambiato direzione. Senza che gli accompagnatori potessero accorgersene, il taxista aveva fermato l’auto davanti alla sua modesta casa di legno e aveva esclamato: «Prima deve conoscere la mia famiglia!» Oggi i turisti arrivano in pellegrinaggio solo per visitare in luoghi in cui è passato Gary Cooper.
Samoa, dunque, è il sogno. Anche se - scrive Borsani - la sua società si sta distruggendo, sopravvive il mito. Il non luogo dell’immaginazione, forse l’unico in cui, come recita il bellissimo epitaffio sulla tomba di Stevenson «dai monti è tornato il cacciatore, e il marinaio dal mare».