Samsun, il cuore violento degli ultrà turchi

Era la patria delle amazzoni, ora è la capitale del nazionalismo estremo. Una città senza monumenti che minaccia di esplodere

da Samsun

Almeno a Trebisonda c’è un passato da rimpiangere, qualche angolo nascosto da cercare. Samsun, invece, sembra fatta apposta per non comunicare nulla. La città, che nell’antichità era chiamata Amisos ed era considerata dalla mitologia la patria delle Amazzoni, oggi, è una distesa di cemento nel cuore del Mar Nero che conta 400mila abitanti. Nonostante si tratti del centro più importante di tutta la regione, Samsun è una città chiusa, per lo più concentrata sulla produzione e raffinazione del tabacco. La mancanza di monumenti o di altre attrattive la taglia fuori dagli itinerari turistici. La sua gente si comporta come se fossero tutti membri di un grande clan. Quelli che non vi apparteNgono vengono considerati come elementi di disturbo.
Fuori dal Paese lo sanno in pochi, ma Samsun è in assoluto la “capitale” del nazionalismo turco. Proprio da qui, nel 1919, Mustafa Kemal Atatürk iniziò la Kurtulus Savasi, la Guerra di Indipendenza, che ha dato vita alla Repubblica di Turchia. Un dato storico che ha sempre rappresentato un motivo di orgoglio per l’intera popolazione, ma che spesso è sfociato in manifestazioni fanatiche. Non è un caso se Devlet Bahceli, segretario del Mhp, il partito nazionalista turco a cui fanno capo i Lupi Grigi, nel maggio scorso ha tenuto un importante comizio in città dove, davanti a migliaia di partecipanti, aveva sottolineato come il Mar Nero fosse la regione dove si concentravano maggiormente gli «amanti della Patria» e Samsun fosse la loro capitale ideale, un punto di riferimento per i nazionalisti di tutto il Paese.
Intanto, per il momento, si contende con Trabzon il primato di città più violenta e intollerante della Turchia. Lo scorso luglio, Pierre Brunissen, prete francese e parroco della Chiesa Mater Dolorosa, venne accoltellato da uno squilibrato che aveva bussato alla sua porta. Se la cavò con ferite lievi, ma per qualche ora il governo Erdogan tornò a rivivere l’incubo dell’omicidio di Don Andrea Santoro. Settimana scorsa la chiesa protestante è stata oggetto del lancio di pietre da parte di alcuni fanatici, che hanno rotto una decine di finestre. Il pastore Mehmet Orhan Picaklar ha detto di aver già ricevuto minacce di morte. Dopo l’omicidio di Hrant Dink la zona è sotto controllo da parte di alcuni agenti in borghese. Tre giorni prima una bomba era stata fatta esplodere vicino a un centro commerciale e alla sede di alcune associazioni non governative, senza causare nessun ferito. La polizia non ha ancora reso noti i nomi dei responsabili, ma molte tracce porterebbero ai gruppi ultra nazionalisti. La situazione è pericolosa e a denunciarlo, 10 giorni fa, è stato niente meno che un dirigente locale del Saadet Partisi, il Partito islamico della felicità, Mustafa Dinçer. In un’intervista a un quotidiano locale, Dincer ha parlato di organizzazioni che partono da presupposti etnici e ultra nazionalisti e che da Trabzon si starebbero spostando proprio a Samsun per continuare a destabilizzare la regione con i loro attacchi.
Poco tranquillo è anche Simone Matteoli, 36 anni, missionario laico che si è trasferito nella Parrocchia Mater Dolorosa a settembre, dopo che Don Brunissen ha lasciato il suo ufficio pastorale per limiti di età. «Pensavamo che sarebbe stato più facile - racconta -. Abbiamo trovato una città molto chiusa, che non ci ha accolti bene. Noi conduciamo una vita molto ritirata. La messa a Samsun viene celebrata solo una volta al mese e il parroco viene da Trebisonda. La comunità cristiana è ridotta a meno di 10 persone. Apriamo la chiesa tre volte alla settimana. Alcuni vengono semplicemente a visitare l’edificio perché è uno dei pochi palazzi antichi rimasti a Samsun. Altri pongono domande sul Cristianesimo. La maggior parte però viene con l’intenzione di provocare e molto spesso sono ragazzini giovanissimi. Mia moglie è turca, ma nonostante questo la popolazione nei nostri confronti è prevenuta. Quando vengono a sapere che ha sposato una persona straniera le dicono di non preoccuparsi e che passerà. Come se le fosse capitata una disgrazia».
Simone Matteoli negli ultimi giorni è stato messo sotto scorta. Perché girare per Samsun se non sei turco può essere pericoloso. A Trebisonda, la gente, a causa dell’invasione russa degli anni Novanta, è comunque portata a una presenza internazionale. A Samsun, invece, quando si cammina per la Cumhuriyet Caddesi o si entra in un ristorante si viene guardati come dei corpi estranei, che non hanno nulla a che vedere con quello che li circonda. Anche gli adolescenti sono diversi. Più che fanatici sembrano dei piccoli teppisti. Al posto dei rosari islamici, nelle mani tengono coltellini o altri oggetti taglienti.
Eppure il passato recente di Samsun racconta una storia diversa. Fino a 100 anni fa, prima dell’inizio della Prima guerra mondiale, era una delle città più cosmopolite e vivaci. Il 25% della popolazione era compostO da cristiani, armeni e greci ortodossi. Era piena di chiese e palazzi eleganti. C’era persino una scuola francese. Poi vennero gli anni bui della guerra, le espulsioni dei cittadini greci e la crisi economica degli Anni Trenta. Le chiese e i palazzi furono abbattuti, sul cimitero cattolico fu costruito un parco. La vecchia Samsun non la ricorda più nessuno. Oggi c’è quella nuova. Chiusa, grigia, e ciecamente nazionalista.