SAN PIETROBURGO Le mani sulla città degli zar

Ruspa selvaggia nell’ex capitale di Pietro il Grande, oggi vittima della speculazione edilizia

San Pietroburgo

Una mano d’acciaio si alza minacciosa, poi affonda i suoi artigli e si allontana stringendo il suo bottino: mattoni e calcinacci, come a ogni demolizione. Ma qui anche parquet dell’Ottocento, stucchi, affreschi. Perché questa non è una città qualunque; è San Pietroburgo. E ogni volta che le ruspe si mettono in movimento strappano, per sempre, frammenti di un patrimonio storico inestimabile. La città imperiale, fondata da Pietro il Grande e arricchita tra il ’700 e l’800 dalle creazioni di architetti di tutta Europa, tra cui molti italiani come Giacomo Quarenghi, Domenico Trezzini, Carlo Rossi, Bartolomeo Francesco Rastrelli, è sopravvissuta all’incuria del regime sovietico e ha superato indenne tutte le guerre, ma rischia di non resistere a un’insidia moderna, la più pericolosa: quella della speculazione edilizia. Casa dopo casa, lentamente e senza suscitare clamori, San Pietroburgo cambia volto. E perde l’anima. Ottanta edifici sono già andati perduti, altri mille rischiano di fare la stessa fine.
Alexei Kovaliov, 43 anni, è archeologo e da tre legislature è deputato all’Assemblea di San Pietroburgo. Un politico anomalo: indipendente, non è interessato ai soldi, né al potere, ma è mosso da un solo impulso: preservare l’ex capitale degli zar. Ha lo sguardo pulito e il volto sorridente, ma non appena inizia a parlare della sua città si fa cupo. Apre una cartina della città e indica l’area, evidenziata con il color viola, che nel 1989 fu dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco e dal World Heritage, d’accordo con le autorità sovietiche. È più estesa della Venezia storica e ospita settemila edifici e monumenti di grande valore artistico, in un contesto di straordinaria armonia estetica. Un gioiello per tutti, ma non per il governatore di San Pietroburgo, Valentina Matvienko, che ha deciso di cambiare: quella zona è troppo vasta, bisogna ridurla. Drasticamente. Solo un terzo del centro storico continuerà a essere protetto; è quello spicchio che sulla mappa risalta con il colore rosso in corrispondenza dei quartieri attorno al museo Hermitage. Il progetto prevede una zona intermedia, beige, dove solo gli isolati di pregio saranno tutelati. Nel resto della città vecchia le imprese edili avranno mano quasi libera. Giù le case antiche, su quelle nuove. Nell’indifferenza di tutti, tranne di Kovaliov, che si oppone, lotta, ignora le minacce anonime di morte. E qualche risultato riesce a ottenerlo: l’applicazione del piano della Matvienko è stata ritardata grazie all’interessamento del ministero della Cultura di Mosca, da lui sollecitato. Ma nonostante i suoi sforzi il processo di ricostruzione prosegue.
Kovaliov estrae dal cassetto un’altra cartina tempestata da triangolini blu. «Sono quattrocento - spiega -, quattrocento nuovi palazzi». Edificati nonostante una legge approvata dal Parlamento russo nel 2002 tuteli un certo numero di case di valore storico e ne imponga il restauro, vietando ovviamente l’abbattimento. Ma gli speculatori hanno scoperto che le norme non contemplano gli «spazi vuoti»: giardini, piazzette, cortili. Dunque tra un edificio del Settecento e l’altro si può costruire. L’80% delle nuove case di San Pietroburgo è stato eretto approfittando di questa scappatoia legale: palazzi moderni, tutti acciaio e cemento, anonimi e più alti rispetto alla consuetudine. Macchie sul bel volto dell’ex capitale imperiale.
Qui gli imprenditori hanno voglia di arricchirsi e non hanno tempo da perdere. Quando viene aperto un cantiere e si scavano le fondamenta non si presta eccessiva attenzione all’impatto sugli edifici circostanti. Poco importa se le vibrazioni generano crepe nei muri e pazienza se qualche edificio subisce danni strutturali. Anzi, ben vengano: perché la casa pericolante va spianata. Ma anche se è in buone condizioni, non è complicato trovare il pretesto per far intervenire le ruspe. Un palazzo incluso nella lista dei siti federali protetti può essere degradato a semplice edificio storico senza particolare valore artistico. Basta trovare il canale giusto; tanto più che chi elude la legge rischia pochissimo. Le sanzioni amministrative variano da un minimo di 200 a un massimo di 500 rubli, rispettivamente 6 e 14 euro. Quelle penali prevedono fino a tre anni di carcere, il sequestro e la vendita all’incanto dei nuovi edifici; ma dal crollo dell’Urss nessun palazzinaro è stato processato. Risultato: ottanta case sono già state distrutte.
Uno scempio, che in realtà sarebbe stato evitabile se i controlli fossero stati più efficienti. Kovaliov ne è convinto, così come Anatolij Pogodin, restauratore e direttore della rivista The Classical City. È lui a mostrarci quattro-cinque cantieri a cavallo della zona rossa e a portarci dietro al teatro Marjinsky. Qui fino a pochi mesi fa si potevano ammirare un palazzo del Quarenghi, una scuola dell’Ottocento, tre edifici in stile neoclassico dell’epoca staliniana. Ora c’è solo una distesa di terra e calcinacci. Uno degli uomini più influenti di San Pietroburgo, il regista di origine caucasica Valery Gherghiev ha preteso un nuovo teatro, che gli abitanti del quartieri hanno già soprannominato «la bara». Basta dar un’occhiata alla foto del progetto per capire la ragione del loro sarcasmo: è una struttura ultramoderna tutta in vetro, che sovrasterà gli edifici circostanti. Gigantesca e sgraziata, dall’alto assomiglia davvero a un’avveniristica cassa da morto. Anche la piazza antistante il Marjinsky cambierà volto. Pare che agli architetti di Gherghiev non piacesse un bel palazzo d’epoca color giallo ocra, che dall’esterno appare tutt’altro che decrepito, ma il suo destino è segnato.
Potere degli oligarchi; eppure sia Pogodin sia Kovaliov ritengono che la cessione ai privati di gran parte degli edifici storici in sè non sia negativa; anzi, è inevitabile. Lo Stato non ha le risorse finanziarie per garantire un patrimonio architettonico tanto vasto; ben vengano, pertanto, gli investimenti dei nuovi ricchi se servono a preservare lo splendore della città. «Il vero problema è l’assenza di un regolamento per la tutela del patrimonio architettonico russo», spiega Pogodin. La Sovrintendenza esiste, ma non dispone di piani attuativi. Mancano le norme per il restauro conservativo sia all’interno sia all’esterno degli edifici d’epoca; mentre il piano regolatore non fissa i parametri estetici delle nuove costruzioni. Questo spiega perché il paesaggio possa essere deturpato con tanta facilità. E il peggio deve ancora arrivare. Kovaliov sospira: se la zona di protezione verrà ridotta, come vuole la Matvienko, il danno sarà immenso. Un migliaio di case rischiano di essere abbattute e interi quartieri sventrati.
Ci spostiamo lungo la Neva ed entriamo all’Hermitage. «È sempre più difficile difendere l’armonia e l’integrità di San Pietroburgo», conferma il direttore Mikhail Piotrovsky. «Nel corso degli anni abbiamo imparato a combattere la burocrazia sovietica e lo Stato, ma non sappiamo ancora come contrastare chi ha molto denaro - commenta con disincanto -. E il denaro di solito vince». Piotrovsky cerca di resistere, attraverso il dialogo e la diplomazia. Anche Kovaliov combatte, con irruenza. Vuole chiedere al World Heritage di cambiare status a San Pietroburgo e di proclarmarla «patrimonio dell’umanità a rischio». Fa appello all’Unesco e soprattutto al Consiglio d’Europa: «Siete riusciti a imporre alla Russia la moratoria sulla pena di morte - chiede -, perché non vi impegnate a salvare una delle città più belle del mondo?». L’indignazione del mondo è la sua ultima speranza.
marcello.foa@ilgiornale.it