Sandokan e i pirati della camorra

Continua la serie estiva dei racconti del <em>Giornale</em>. Oggi, in quello di Stenio Solinas dedicato a Sandokan, si incontrano Emilio Salgari e Roberto Saviano

Chi in quel giorno d’estate avesse osservato con un binocolo il piccolo legno che, durante la notte, aveva scelto di ormeggiarsi al largo della Baia Domiziana avrebbe riportato negli occhi l’immagine di un veliero malese per le dimensioni straordinarie delle vele, benché ammainate, ma che nello scafo si discostava dai normali prahos provvisti di bilancieri e di attap, la tettoia centrale. Anziché di legno era costruito con lamine di ferro, aveva la poppa alta, la tolda sgombra e una stazza tre volte superiore a quella dei prahos ordinari, 150 tonnellate avrebbe calcolato uno sguardo esperto di marinaio, un bellissimo veliero da corsa della seconda metà dell’Ottocento. Ma ciò che avrebbe maggiormente colpito il possessore del binocolo, sarebbe stato l’equipaggio, troppo numeroso per una nave così piccola, e anche assai singolare. Pareva che tutte le razze più bellicose della Malesia vi fossero rappresentate. Malesi dalla tinta fosca, gli sguardi cupi, Bughisi, Macassaresi, Battiassi, terribili Dayaki delle foreste del Borneo, perfino Negriti del Mindanao e qualche Papuaso dall’immensa capigliatura afro raggruppata intorno a un gigantesco pettine. Portavano tutti il sarong, quel pezzo di stoffa bianca che scende alla ginocchia, e il kabay, una specie di larga giacca che non impedisce i movimenti.

Due soltanto, probabilmente i comandanti del veliero, indossavano costumi differenti. Uno era seduto presso la ribolla del timone e vestito all’orientale: era alto di statura, stupendamente sviluppato, una testa bellissima, capelli folti e neri come l’ala di un corvo, occhi che parevano avere dentro il fuoco. Il suo compagno, che stava appoggiato al bordo, delle carte fra le mani, era un europeo, di statura anch’essa alta, lineamenti fini e aristocratici, occhi azzurri, baffi neri che cominciavano a brizzolarsi, un ampio cappello di paglia di Manila in testa, una sigaretta accesa all’angolo della bocca. «Sandokan, fratellino mio» disse quest’ultimo aspirando l’ennesima boccata di fumo, «questa è la mappa... Ci sono i paesi, Marcianise, Grazzanise, Casal di Principe, Cancello, Trentola, Ducenta... Il territorio è aspro, brullo, scoperto. Né fiumi né foreste, le nostre giungle qui sono sconosciute... Ti confesso che finora nemmeno nelle Sunderbund indiane abbiamo corso tanti pericoli come da quando abbiamo buttato l’àncora a Napoli. Abbiamo sette Tigrotti fuori combattimento per le esalazioni pestilenziali della città, una specie di cloaca a cielo aperto, il porto bloccato per uno sciopero degli scaricatori, le strade del centro piene di cortei di manifestanti e di funerali. C’è più ordine a Calcutta... Non so ancora qual è il tuo piano, ma per Giove qui è tutto molto complicato». «Yanez, è la prima volta che ti vedo perdere la tua flemma abituale» rispose l’altro, «e che sono io a dirti di pazientare. Kammamuri dovrebbe essere ormai di ritorno dalla missione e allora, grazie anche a Tremal-Naik sul posto, ne sapremo di più. Ma una cosa è certa» aggiunse mentre un lampo gli balenava nello sguardo e la sua fronte si aggrottava burrascosamente. «Dovessi sconvolgere tutta la regione e annegare i cani che la depredano, come feci con i thugs di Suyodhana, non permetterò che si infanghi il mio nome. Sandokan la Tigre della Malesia, sono io, soltanto io!».

Un malese dal viso assai rugoso e i capelli biancastri e che tuttavia sembrava ancora robustissimo si avvicinò. «Tigre» disse. «Che c’è Sambigliong?» rispose Sandokan. «Kammamuri è a bordo». «Bene, Yanez» disse la Tigre della Malesia. «Andiamo sotto coperta».

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Se la Marianna, questo il nome del veliero, era splendido al di fuori, nel quadro di poppa lo era ancora di più. Seta rossa cinese, trapuntata di motivi dorati alle pareti, e queste ornate di gruppi d’arme disposte artisticamente: kriss malesi, dalla lama serpeggiante e colla punta intinta nel terribile, perché velenoso, succo dell’upas; kampilang e parang dayachi dalla larga e pesante lama; pistole dalle canne arabescate e i calci d’ebano intarsiati di madreperla, carabine indiane con incrostazioni meravigliose. Tutt’intorno correvano divani bassi di seta bianca a fiorami, nel mezzo una tavola di ebano con intarsi di madreperla, in alto una gran lampada di Venezia con un globo color di rosa.

«Signor Sandokan! Signor Yanez! Ah, quanto sono felice di vedervi». «Qui sul mio petto, mio valoroso maharatto» disse Sandokan attirandolo fra le sue braccia. Ah mio signore!» esclamò l’indiano, mentre impallidiva per l’emozione. «Tremal-Naik?» disse ancora Sandokan. «È al sicuro, signore, E vi aspetta». Yanez, più calmo e meno espansivo, gli diede una vigorosa stretta di mano. «Vale quanto un abbraccio» disse. Poi prese da una mensola una bottiglia e tre bicchieri, che riempì di un liquore color del topazio. «Bevi e sciogli la lingua, mio bravo Kammamuri» riprese Sandokan. «La Tigre della Malesia ha lasciato Mompracem per dichiarare la guerra a questa falsa Tigre del Casalese, ma prima voglio sapere tutto». Il racconto di Kammamuri durò un paio d’ore. C’era da dar conto di una complessa geografia non solo e non tanto di luoghi, Lotto T., Le Vele, Parco Postale, le Case Celesti, le Case dei Puffi, il Terzo Mondo, quanto di nomi e soprannomi che all’oreccho esotico della Tigre della Malesia, da troppi anni ormai non più addomesticato al dolce idioma campano che era stato della sua Marianna, suonavano quasi incomprensibili, ma che Yanez, portoghese avvezzo a tutti i dialetti d’Europa, fra una sigaretta e l’altra interpretava senza troppa difficoltà. «’O ntufato vuol dire l’arrabbiato, ’O granuar è il carbonaio, ’O scellone perché ha le scapole visibili, ’O mussuto perché è bianco come il baccalà, File scupierto perché scatta subito, Lemon perché gli piace la limonata, Capaianca perché ha i capelli bianchi, ’A mazza per la magrezza fisica, ’O zuzzuso perché è sporco...». «Il mio padrone Tremal-Naik» riassunse alla fine il fiero maharatto, «dice che sono feroci e crudeli come e più dei tughs e meglio armati. Hanno esplosivi, armi da fuoco a ripetizione, piccoli eserciti personali, molto denaro, appoggi politici. Dice anche però che sono più selvaggi, senza un vero, unico capo cui obbedire e una fede, per quanto sinistra, a guidarli. Questo che indegnamente, Tigre, usurpa il tuo nome, Francesco Schiavone è il suo nome, deve dividere il suo potere con altri, non ha amici, non può fidarsi di nessuno. Padron Tremal-Naik dice che non hanno paura di morire, ma che il loro unico timore è la parola, la testimonianza, la Letteratura contro di loro. Glielo ha spiegato un giovine scrittore del posto con cui è entrato in contatto e che gli è stato molto utile. Gli ha raccontano anche che questo bandito che usa indegnamente il vostro nome, ha una biblioteca piena di volumi sull’imperatore Napoleone e di romanzi di uno scrittore inglese, Walter Scott, si chiama, e che ha battezzato uno dei suoi figli con il titolo di uno di questi romanzi: Ivanohe».

Durante l’intero racconto la Tigre della Malesia non era mai intervenuta, ma i suoi occhi che mandavano bagliori e la mano destra che macchinalmente accarezzava il manico intarsiato di rubini del suo pugnale facevano capire l’oceano tempestoso di sentimenti che gli batteva in petto. Una vita di eroismi, di coraggio, di nobiltà, di lotta contro l’oppressione e in difesa dei più deboli, e ora, all’altro capo del mondo - ironia della sorte, proprio sotto quel bel sole d’Italia e sulle splendide rive del Golfo di Napoli dove era nata la sua amata Marianna, la Perla di Labuan, la regina di Mompracem, l’unica donna che avesse mai amato, la sua soave sposa alla cui morte non si era mai rassegnato - un bandito, un «camorrista», questo il nome datogli da Kammamuri, che rubava, terrorizzava, uccideva e si arricchiva usando il suo nome, infangando il suo nome...

«Cosa ne pensi Yanez?» disse d’improvviso Sandokan. «Ah, per Giove, fratellino mio, quel giovine scrittore amico del nostro bravo Tremal-Naik mi ha dato un’idea». Si accese l’ennesima sigaretta, lasciò che le volute di fumo azzurrino volassero verso l’alto e poi continuò tranquillo: «Vedi, nessuno più di noi rappresenta la Letteratura, siamo creature da e di romanzo, siamo immortali, non abbiamo età... E dunque, ci servirà l’aiuto in terraferma di Tremal-Naik. Ma, ascolta, ecco quello che faremo...». Mezz’ora dopo Sandokan diede una voce a Sambigliong. «Sì, tigre?». «Dì ai Tigrotti di stare pronti a salpare. Manda Giro-Batol al timone». «Agli ordini, Tigre».

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«Giustizia è fatta, dunque». L’uomo che così parlava, seduto al tavolino di un bar all’aperto nel porticciolo ischitano del Lacco Ameno, era un bellissimo indiano di tipo bengalino, dalla taglia elegante e flessuosa senza essere magra, dai lineamenti fini ed energici, la pelle lievemente abbronzata e lucente e gli occhi nerissimi e pieni di fuoco. Vestiva alla moda europea, giacca di tela bianca, calzoni stretti, pure bianchi, lucide scarpe color testa di moro ai piedi. Davanti a lui un giornale posato sul tavolino dava conto, in prima pagina, dell’arresto di Francesco Schiavone «detto Sandokan»...

«Il tuo aiuto è stato prezioso come sempre, mio buon Tremal-Naik» disse Sandokan, il volto disteso e un sorriso che faceva balenare la bianchissima chiostra dei suoi denti perfetti. «E naturalmente l’idea geniale di Yanez...». «Calma, calma, fratellino» lo interruppe questi assaporando il fumo della sua sigaretta. «Ma raccontaci, dunque, cosa ha fatto quando all’improvviso ti si è trovato di fronte. Ha capito subito chi eri?».

«A Suyodhana, la Tigre dell’India, dovetti spaccare il cuore con il mio pugnale» disse Sandokan. «Era un nemico mortale, infido e sinistro, ma con una sua fosca, mostruosa grandezza. Ma qui...». Raccontò di come l’impostore avesse cercato di giustificarsi, un complotto contro di lui, uomo onorato e timorato, un innocente. Quanto a quel nome, Sandokan, era dovuto alla rassomiglianza con un attore indiano, aveva cercato di spiegare. Non avrebbe mai immaginato che un giorno un eroe romanzesco potesse uscire dalle pagine, prendere vita, schiacciarlo con la sua sola presenza.

La figura della Tigre della Malesia gli era di colpo apparsa immensa, la fronte burrascosamente aggrottata, gli occhi che mandavano cupi lampi, le labbra, ritiratesi, che mostravano i denti convulsivamente stretti. Era abbigliato da guerra, aveva calzato lunghi stivali di pelle rossa, il suo colore favorito; aveva indossato una splendida casacca di velluto pure rosso, adorna di ricami, e larghi calzoni di seta azzurra. Ad armacollo portava una ricca carabina indiana arabescata e da lungo tiro, alla cintura una pesante scimmitarra dalla impugnatura d’oro massiccio e di dietro il suo lungo, serpeggiante e avvelenato kriss. Sopraffatto, Schiavone aveva chinato il capo. «Dimmi cosa devo fare, Tigre» aveva poi aggiunto con un filo di voce. Gli occhi della Tigre della Malesia fiammeggiarono al ricordo. «Gli ho ordinato di arrendersi e farsi imprigionare. E così è stato» concluse semplicemente.

anez si versò una robusta dose di gin e ne bevve due lunghi sorsi. Il sole cominciava a imboccare l’arco del suo tramonto dietro al promontorio. «Amico Tremal-Naik, come si chiama quel giovine scrittore che ci è stato così utile?». «Saviano, mio buon Yanez, Roberto Saviano» rispose Tremal-Naik. «Lo leggerò» disse Yanez.