Sandretto Re Rebaudengo collezionismo al femminile

La Fondazione celebra il decennale con una grande esposizione

«Collezionare fa parte del mio Dna. Da piccola raccoglievo scatoline portapillole, tutte catalogate con gran rigore e numerate pazientemente su un piccolo quaderno. Tuttora, oltre alle opere d’arte, colleziono costume jewelery, i gioielli delle star di Hollywood degli anni Quaranta e Cinquanta, broche colorate e scintillanti». Parla Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, che ha scelto di mettere la collezione a disposizione del pubblico dandola in comodato alla fondazione che porta il suo nome.
Nel decennale dell’attività la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo fa il punto sulla collezione pubblicando un poderoso catalogo edito da Skira accompagnato da una selezione di opere della collezione esposte nella sede storica della Fondazione, al Castello di Guarene, e nella più recente sede progettata a Torino dall’architetto Silvestrin, mentre una parte delle opere video è stata esposta nella sede pubblica della Cavallerizza. Patrizia Sandretto Re Rebaudengo ricorda la tradizione del mecenatismo al femminile e cita Hilla Rebay, che è stata fondamentale per la storia del Guggenheim, Isabella Steward Gardner, della Boston di fine Ottocento, e soprattutto Peggy Guggenheim. «Alle donne non veniva dato spazio per amministrare le imprese di famiglia e dunque riversavano le loro energie nella cultura. Questo ha permesso la nascita di importanti musei e istituzioni».
La collezione nasce nel 1992, mentre la prima indimenticabile visita in studio è ad Anish Kapoor nella Londra della British wave. Nel testo in catalogo Francesco Bonami, direttore artistico della Fondazione e curatore del catalogo, scrive: «Fra una raccolta e una collezione c’è una differenza fondamentale: la prima segue un metodo il più scientifico possibile, mentre la seconda si affida alla passione, all’intuito, all’imprevisto». L’ordine del volume segue la cronologia della collezione, disegnando lo svolgimento dell’evolversi del gusto, della modificazione delle scelte individuali e collettive. Si parte con le turbine di giornalini a fumetti dell’italiano Stefano Arienti e dall’installazione di frammenti di plastica dell’inglese Tony Cragg e si arriva fino a Catherine Sullivan, Reinhard Mucha, Anri Sala e Diego Perrone.