Sandro Penna il demone della poesia

Trent’anni fa moriva Sandro Penna. Poeta oggi classico, eppure ancora in grado di sorprendere come pochi. Tenerlo lontano dai mausolei letterari significa, in fondo, rispettare la sua vocazione di eslege. Poeta paradossale: gli ascendenti sono chiaramente ottocenteschi, ma solo quando ci si ferma all’analisi di apparati metrici e lessicali. In verità, perfino il Montale dei Mottetti gli dovette qualcosa, se valgono le indagini testuali e biografiche condotte da un critico della raffinatezza di Cesare Garboli.
Penna fu lirico puro, è stato detto e ripetuto, fu l’erede abilitato di lontanissime tensioni alessandrine o neoteriche. Ma insistendo su provenienze e memorie più o meno consce, si rischia di chiuderlo sotto etichette che, specie negli ultimi anni della vita, egli stesso non amava molto. In ogni caso: se il valore d’un artista si misura anche per la capacità di sfuggire a categorie e incasellamenti, Penna è un grandissimo. Eppure, è raro che per i suoi versi il lettore avverta forme di adesione emotiva radicale, senza riserve. L’universo di Penna suscita, al contrario, meraviglia proprio perché è chiuso, attraversato da metafore falliche, simboli e oggetti di desiderio, immagini oniriche ricorrenti fino all’ossessione. Quasi che il novecentesco vuoto della vita abbia bisogno, per essere tollerato, d’una sorta di vitalismo narcotico, di un eros che, tuttavia, ha già da sempre lasciato alle spalle ogni soddisfazione possibile.
Per questo Penna, il poeta della la tensione sessuale è, nello stesso tempo, il poeta della disforia radicale, del desiderio irrealizzato o realizzato in un altrove ormai irraggiungibile, in un’altra vita della quale questa è ombra, traccia, residuo indebolito, risveglio dopo il sogno o sogno prima del risveglio. Forse, il suo tratto distintivo e inimitabile sta nell’aver saputo afferrare, di tutta la costellazione delle pulsioni corporee, il momento della loro evanescenza, di aver tradotto in fisicità quello stesso «svanire» che per Montale era, più dogmaticamente, «la ventura delle venture».
Perché in Penna la tensione erotica si forma, più che per l’accumulazione delle energie latenti, per una sorta di invasamento che prende all’improvviso l’individuo dal quale, poi, si ritrae. Il daimon erotico di Penna aggredisce senza ragioni, gioca crudelmente con il corpo, induce euforie assolute e stati depressivi. In un’alternanza che l’uomo non può controllare ma soltanto assumere come legge cosmica, immodificabile. Da qui, credo, la sensazione di ripetitività, di affascinante e terribile monotonia che hanno le poesie di un autore che non progredisce mai, se con questo termine si intende accumulare e raffinare esperienze, selezionare bene e male, discernere, eventualmente disingannarsi. Al contrario, Penna colleziona sensazioni istantanee, irripetibili e ogni volta assolute. Dissipando una vita che non sembra procedere secondo scansioni lineari ma a strappi, apici di intensità intervallati da tempi morti, poverissimi, inutili. Forse, il Sandro Penna più alto è proprio quello al quale riesce il miracolo di verbalizzare, illuminare quell’«oltre eros», quei momenti infecondi di transito tra pulsione e pulsione. Dove raggiunge stati di malinconia devastante e, insieme, di consapevolezza assoluta.
Presentandosi, come ha ben scritto Elio Pecora, quale «maestro di Zen che aspira a qualcosa di più della propria vita». È lì, in momenti nei quali tutto il dolore è stato assorbito e rimane solo una residuale, lievissima, immotivata dolcezza dell’esistere, la tonalità affettiva che solo Penna (e proprio nessun altro) ha saputo vivere e restituirci in versi.