Sanità, la Lombardia esempio da seguire

La sanità è l’argomento attorno al quale ruoterà gran parte della campagna elettorale perle regionali. Ne parliamo con Cesare Cursi, che presiede la Consulta sanità del Pdl.
Senatore, è tempo di bilanci. La sanità del Lazio è davvero un malato terminale?
«Rischia di diventarlo a breve. Il Censis la pone al 14° posto a livello nazionale quanto a qualità delle prestazioni offerte. Non mi sembra un gran risultato».
Tutta colpa del disavanzo?
«Direi di no, anche se le risorse a disposizione incidono sul governo del processo socio-assistenziale».
È però provata l’equazione più spesa uguale maggiore disavanzo.
«È un dato su cui riflettere. Lombardia e Veneto spendono per la sanità poco più del 5% del loro Pil in confronto a circa il 10% di Campania e Sicilia. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti».
Che cosa significa?
«Che non è importante quanto si spende ma come si spende. Conta l’organizzazione del proprio sistema sanitario regionale».
Secondo lei è stato questo il più grande fallimento della giunta Marrazzo?
«L’errore è stato quello di rincorrere la sanità e non governarla. Era necessario riformare il sistema perché ha dimostrato di non poter funzionare».
La prova più evidente di questa incapacità?
«Semplice. Se tutte e 12 le Asl del Lazio, le aziende ospedaliere, i policlinici universitari, gli Ircss, insomma tutte le strutture denunciano bilanci in perdita, credo che qualche dubbio sia lecito».
Diminuire il numero delle Asl sarebbe utile a ridurre la spesa?
«Ne dubito, anche se un processo di semplificazione delle gerarchie sanitarie, soprattutto a livello romano, contribuirebbe a dare maggiore razionalizzazione nell'offerta dei servizi».
Il grado di modernizzazione del nostro sistema sanitario è pari con quello delle altre regioni del nord?
«Certo che no. Il processo di sviluppo del Cup (centro unico di prenotazione), fortemente voluto da Storace, ha subito un brusco freno in questi anni. I posti letto d’urgenza, solo per fare un esempio, vengono ancora cercati via fax».
È stato da poco presentato il nuovo Piano sanitario regionale al Governo. Cosa ne pensa?
«È un documento programmatico obbligatorio e bene ha fatto il commissario Guzzanti ad adempiere a una sua specifica prerogativa. Quanto al contenuto credo che sarà difficile darne concreta attuazione».
Incompatibile con i tempi della politica?
«Un Piano sanitario non si misura in due-tre mesi. A fine marzo avremo il nuovo presidente della Regione che con ogni probabilità sarà anche il nuovo commissario di governo per la sanità. A lui - anzi, mi consenta, a lei - spetterà ogni decisione in materia».
Nel Piano si intravvede un’altra tornata di tagli al privato in convenzione?
«Lo ripeto, lo considero un adempimento formale privo di ogni valore programmatico. L’offerta laziale va ripensata, non penalizzata».
Quale tra i sistemi sanitari delle Regioni cosiddette “virtuose” può meglio adattarsi alla realtà laziale?
«Non c’è dubbio, quello lombardo, dove è presente un’alta percentuale di sanità privata d’eccellenza. Toscana, Veneto ed Emilia Romagna hanno ottimi sistemi assistenziali ma molto diversi dal nostro».
Una riforma che le piacerebbe importare?
«Una Asl che nel proprio territorio sceglie la migliore prestazione al prezzo più competitivo. Presidi ospedalieri e laboratori trasferiti nelle aziende ospedaliere. Insomma quello che succede oggi in Lombardia».
Sarebbe propenso a una ridefinizione dei limiti di competenza dell’Agenzia di sanità pubblica?
«L’Agenzia è uno strumento di controllo dell’offerta sanitaria e quello deve fare. Se diventa un assessore alla sanità in pectore allora il sistema entra in crisi».
La recente manovra di bilancio approvata alla Pisana ha dimostrato la fondatezza delle sue previsioni...
«Ho solo riportato i dati del Tavolo di verifica ministeriale. Disavanzo consolidato 2008 pari a 1,7 miliardi, quello 2009 tendenziale vicino ai 2 miliardi di euro con una manovra presunta di circa 580 milioni di euro di risparmi grazie al taglio selvaggio a privati e strutture religiose».
Un giudizio sulle prime mosse del candidato presidente del Pdl in materia sanitaria.
«Renata Polverini è una donna intelligente e preparata. Sulla sanità non poteva iniziare in modo migliore, con piena lucidità. Non tagli ai posti letto e pari dignità tra pubblico e privato in convenzione».
Sì, ma i soldi chi ce li mette?
«L’ho già detto, non è una questione solo di risorse a disposizione, ma di come queste vengono spese».
Ma se verrà eletta dovrà essere lei il Commissario ad acta per la sanità?
«Lo deciderà il Governo assieme al neo-presidente, in piena sintonia, in base a un programma di breve medio e lungo periodo».
Ma la legge consentirebbe al nuovo esecutivo regionale un atto di fiducia in base al quale poter governare senza l’ombra del commissario di governo?
«Sì, sarebbe sufficiente presentare al Governo un Piano di riorganizzazione dell’offerta socio-assistenziale del territorio in grado mettere in equilibrio entrate e uscite. Impresa non facile, ma sulla quale il Pdl sta già lavorando da tempo».