Sanremo, meglio due passi al porto

La città è una vecchia signora dal grande passato in attesa che le si inventi un futuro. Magari partendo da un romanzo

Sanremo - Mi sono spesso chiesto se Sanremo, la città dove ho abitato da giovane e dove ho ripreso casa da poco, abbia in sé qualcosa di intrinsecamente romanzesco. La sua superstite poesia sono i giardini - quelli che resistono, ancora meravigliosi - e la luce abbagliante del suo mare. Ma il romanzo? Quali ingredienti potrebbe trovare in Sanremo uno scrittore che volesse raccontare una storia appassionante rivolta a lettori di ogni genere?

A Sanremo c’è un Casinò, i suoi silenziosi tavoli verdi e le sue ticchettanti sale delle slot machine, i grandi giocatori che perdono centinaia di migliaia di euro in una notte e un sottobosco minuto di avventurieri da quattro soldi, imbroglioni, gente che campa di espedienti. Un mondo di tipi che i nomi francesi tentano invano di nobilitare: i porteur, cioè coloro che di mestiere «portano» clienti facoltosi, non sempre specchiati, a giocare somme ingenti, i poussettisti, cioè coloro che di mestiere barano spostando dolcemente (poussette) la propria fiche sul numero uscito vincitore. E a Sanremo, città invasa da droga e microcriminalità, fa spesso capolino una malavita organizzata che una volta tentò di scalare il Casinò e impossessarsene. C’è il ricordo di un lusso passato, elitario ed elegante, e la mirabolante esplosione della volgarità di massa contemporanea. C’è il ritorno alla grande dei russi, spendaccioni, bevitori, fumatori, con le tasche traboccanti di cash. C’è lo spirito della frontiera, con Montecarlo, la sorella più ricca e fortunata, a due passi. C’è un bellissimo porto vecchio, e Portosole, dove sovente attraccano emiri e sceicchi. E poi c’è, ogni anno, puntuale e inevitabile, il Festival della canzone italiana, la madre di tutti i Festival proliferanti oggi in Italia, quello che fa di Sanremo la capitale della musica popolare nel nostro Paese.

Gli scrittori che hanno bazzicato Sanremo, Mario Soldati, Tommaso Landolfi, Piero Chiara, Harold Robbins (bestsellerista americano di romanzi imperniati su sesso & soldi che essendo stato di moda oggi è fatalmente passato di moda) non l’avevano mai preso in considerazione. Non parliamo dei nativi. Italo Calvino vedeva soltanto l’entroterra boscoso e favoloso della sua città, Francesco Biamonti si teneva alla larga da Sanremo e dalle canzonette come dalla peste, Nico Orengo limita l’interesse alla Chiesa russa, omaggio alla memoria di una parte della sua famiglia, io stesso in un romanzo giovanile ambientato a Sanremo non faccio neppure un accenno alla manifestazione canora.

Ci voleva un giovane scrittore acuto, ambizioso e forestiero come Alessandro Zaccuri per mettere il Festival al centro di un romanzo, diciamolo subito, divertente e pieno di invenzioni come Infinita notte (Mondadori, pagg. 272, euro 18,50). Zaccuri fa il giornalista, e conosce bene i meccanismi della televisione. Ha capito che il Festival, evento ormai essenzialmente televisivo, è insieme realtà e finzione, fotografia dell’Italia oggi e proiezione fantasmatica dei suoi drammi e dei suoi sogni. E costruisce tre storie che si fondono e trovano unità di tempo e di spazio nel Festival stesso. La storia del giovanissimo scrittore di successo, con il padre morente e la moglie appena rimasta incinta, che è chiamato a far parte del team di autori del programma, quella del rapper Gabo, guastatore e figlio di un altissimo dirigente Rai e delle due povere ragazzine sue fan, quella dell’ingegnere Miles De Michele coinvolto in un giro di mafiosi russi fra riciclaggio di denaro sporco e un’avventura d’amore non vissuta con una bellissima donna di Mauritius. Al mio gusto, è questa storia, tra passione e fedeltà, tra perdizione e morale cristiana, la migliore del romanzo.

E poi c’è la città di Sanremo, che il romanzo saccheggia. Proseguendo da levante in direzione Francia non manca niente: Villa Nobel, Palafiori, Ariston Casinò, Chiesa russa, Hotel Royal. Ma il centro del centro è il teatro, il magnifico Ariston dalla immensa platea color porpora e dal labirintico e magmatico susseguirsi di sale, salette, corridoi, vetrate, scalinate, che nei giorni del Festival diventano un formicaio, un concentrato di speranze, ambizioni, paure, vanità, follie, cinismi, esibizionismi, dolcezze, commozioni, un riassunto perfetto di tutto ciò che l’animo umano può sentire. Quante se ne vedono nella sala stampa dell’Ariston! Spesso lo spettacolo è lì, poi sul palco dalle fosforescenti e metamorfiche scenografie c’è una replica, pallidamente musicale. Però su quel palco sono passati tutti. Anche quelli che oggi fanno gli sdegnosi, e che senza Sanremo sarebbero ancora a cantare nelle balere emiliane o toscane.

È giusto dare a Sanremo quello che gli appartiene. Ricordo di aver dovuto rimbeccare anni fa Luzzatto Fegiz, lo Stregatto, credo, che appare nel romanzo di Zaccuri, durante una puntata di Uno mattina, mentre spargeva il solito facile conformistico veleno su Sanremo. Sanremo può essere ancora bellissima, a saperla vedere e vivere. Una città pagana, già nel nome, che se lo scrivi staccato, San Remo, usurpa un santo che non esiste. Una città frivola. Volgare. Tutto quello che volete. Ultimamente ha destato un certo scalpore il fatto che il vescovo di questa diocesi di confine, monsignore Careggio, abbia spostato la sua residenza proprio qui, da Ventimiglia, vitale ma dura città di frontiera. Gli hanno rimproverato un po’ di tutto. Ma io lo capisco, il monsignore. Abitare in un quartiere in mezzo al verde di palme, eucalipti e pini marittimi, fa bene allo spirito.

E poi, dicevo un giorno scherzando ma non troppo, proprio Sanremo, così spesso affidata alla autorità di prefetti della Repubblica, ha bisogno di un’autorità spirituale più che tante altre città, meno pagane e corrotte. Questa vecchia signora dal grande passato aspetta che le si inventi un futuro. Che un giovane scrittore come Alessandro Zaccuri, l’autore del Signor figlio, uno tra i migliori della sua generazione, l’abbia scelta, indagata, percorsa, fatta protagonista di un romanzo, è un buon segno. Nel bene e nel male, Sanremo continua ad agire nella fantasia e nell’immaginazione anche di chi non te lo saresti aspettato.