Il Santo Padre in ginocchio davanti al Graal di Spagna

nostro inviato a Valencia

Dopo mesi passati a discutere sul Codice da Vinci (romanzo e film) e a dibattere sul «Santo graal» che sarebbe - a detta della fiabesca costruzione di Dan Brown - nient’altro che il «Sang real», cioè la dinastia di sangue della Maddalena, oggi a Valencia Benedetto XVI, senza particolari clamori, venererà il Santo Cáliz, un’antica coppa che la tradizione vuole sia stata usata da Gesù nell’Ultima cena. Già nel 1982 Giovanni Paolo II l’aveva usata per celebrare la messa.
Il Santo graal, oggetto misterioso descritto in alcuni romanzi medioevali, motivo di culto per sette segrete che arrivano fino all’esoterismo nazista, non sarebbe dunque un’invenzione, un mito fondativo delle dinastie europee, ma qualcosa di reale. Il calice di Valencia si compone di tre elementi: una piccola coppa di agata finemente levigata che assume venature di colori caldi sotto il riflesso della luce, alta 7 centimetri e larga 9; una base dello stesso materiale, ma di fattura posteriore e una doppia ansa d’oro che unisce le prime due parti. Mentre la base risale al secolo X e porta un’iscrizione araba, e l’impugnatura d’oro tempestata di perle e pietre preziose è d’epoca carolingia, il manufatto originale, vale a dire la coppa, è datata dagli archeologi tra il IV-III secolo avanti Cristo e il I secolo dopo Cristo. La coppa è originaria di Antiochia o Alessandria.
Il testo più antico che parla del Santo Cáliz risale al 1134, quando un canonico scrisse di averlo visto in un monastero nei Pirenei, dove vi sarebbe stato nascosto durante l’invasione musulmana. Ma com’è arrivato in Spagna il graal di pietra? Secondo la tradizione, la coppa usata da Gesù venne portata da Pietro a Roma e qui custodita dai suoi successori fino a Sisto II, il quale l’affidò al suo diacono San Lorenzo, originario della Spagna. Sarebbe stato proprio lui a portare il Santo Cáliz nella sua terra natale, nel III secolo.
Chi contesta la sua autenticità sostiene che con tutta probabilità la coppa di agata era una preziosa antichità già all’epoca di Gesù e dunque non rappresentava un oggetto di uso comune come ci si poteva aspettare in una cena pasquale. In realtà esiste l’usanza israelita, che dura ancora oggi, di conservare in ogni famiglia una «coppa di benedizione» usata per le cene pasquali e sabatiche. Dai Vangeli apprendiamo che l’Ultima cena fu celebrata in una sala decorata, arredata riccamente. Non è dunque improprio dedurre che gli ospiti di Gesù abbiano messo a disposizione proprio la preziosa coppa familiare.
In ogni caso l’Osservatore Romano, quotidiano della Santa sede, non sembra aver molti dubbi: «Sia per i dati archeologici sia per la testimonianza della tradizione e dei documenti che si possiedono, è assolutamente verosimile che questa bella coppa fosse nelle mani del Signore» durante l’Ultima cena.