Santoni smemorati

Lo schierarsi a sinistra non ha mai tarpato le ali agli scrittori o ai giornalisti che avevano anche l’ambizione di diventare profeti. Come Tiziano Terzani

Il Corriere della Sera ha dedicato ieri una pagina all’imminente uscita d’un libro postumo di Tiziano Terzani, edito da Longanesi: Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia. Lo leggerò con l’attenzione che merita ogni scritto di quel grande giornalista. Ettore Mo ha dedicato a Terzani un affettuoso ricordo, e anticipato i contenuti di questo nuovo volume d’una bibliografia ricchissima.
Ho tuttavia notato, nel titolo che accompagnava l’articolo di Mo, un’affermazione discutibile. «Fu il primo (Terzani) ad accorgersi della tragedia in Indocina». Se per tragedia s’intende la storia tormentata del Sud-Est asiatico, la frase può anche reggere. Ma se con il termine tragedia ci si vuole particolarmente riferire alle immani stragi perpetrate da Pol Pot e dalle turbe fanatiche dei suoi seguaci, bisogna pur precisare che Terzani non fu il primo ad accorgersene. Fu tra gli ultimi, con riluttanza, a malincuore: perché - è accaduto a molti altri con lui - la sua ideologia antiamericana e il suo terzomondismo fiducioso l’inducevano a respingere come calunniose o esagerate le notizie sugli orrori dei khmer-rossi. Come cronista avrebbe dovuto prenderne atto, ed eventualmente approfondire. Come guru d’una religione che, sia pure senza usare la fatwa, vede negli Usa il Satana moderno, e nei popoli ribelli al colonialismo l’essenza della libertà, rifiutava l’amara realtà preferendole le verità prefabbricate o adulterate.
Tutto questo, nessuno ne dubita, avvenne con travaglio: e alla fine portò ad un sincero atto di contrizione. Che ha una data precisa: il 29 marzo 1985. Chiunque fosse appena appena informato sugli avvenimenti internazionali sapeva già da tempo, allora, quale massacro Pol Pot e i suoi avessero compiuto tra il 1975 e il 1989. Lo sapeva anche Terzani e finalmente, su La Repubblica, confessò. «Chi erano davvero i khmer-rossi? Assassini sanguinari accecati dall’ideologia marxista leninista, dicevano i diplomatici americani. Ma noi non ci facevamo influenzare. Anzi, proprio perché quei giudizi venivano da loro, tendevamo a pensare esattamente il contrario». Un bel po’ d’anni dopo quel bagno di sangue Terzani ammise dunque non solo che le atrocità erano vere, ma che alla loro origine non c’era unicamente un invasato Pol Pot, c’era Mao, e l’idea d’una rivoluzione culturale che facesse piazza pulita del quartier generale. Con uno sterminio gaudioso.
Queste osservazioni non intaccano in nulla la statura culturale e letteraria di Terzani: così come le convinzioni o farneticazioni politiche non intaccano la statura culturale e letteraria di Céline o di Pound. Ma è che Terzani l’orientalista, il pacifista, l’uomo che voleva vivere alla cinese - e che dalla Cina fu espulso in malo modo - l’eremita che trascorreva mesi sull’Himalaya, è per molti ben più che un talento straordinario, è un santone, un profeta. Abbagli come quello d’aver attribuito alla rivoluzione di Pol Pot un carattere positivo possono essere perdonati agli scrittori, che rispondono solo a se stessi delle loro opere, non ai profeti seguiti da fedeli pronti a giurare sul loro verbo.
Questo ruolo Terzani l’ha impersonato fino all’ultimo, fino a quando la malattia l’ha colpito. L’intrepido assertore della libertà partecipò a un’iniziativa («Regaliamoci la pace»), nella quale aveva al suo fianco i soliti noti, Gino Strada di Emergency, Dario Fo, Gianni Minà il fidelista, padre Zanotelli, Giulietto Chiesa il gorbacioviano. Roba che sa di vecchio, anzi vecchissimo, quando i partigiani della pace e il Kgb danzavano a guancia.
Intendiamoci. Terzani è stato uno dei campioni - e tra i più degni - d’un assoggettamento ideologico che sfociava spesso e volentieri nel conformismo del politicamente corretto, ma che si piccava d’essere anticonformista. La stessa Oriana Fallaci - con la quale Terzani polemizzò dopo l’11 Settembre, opponendosi alla sua crociata contro l’Eurabia - visse, insieme alla quasi totalità dell’intellighenzia europea, una stagione anti Usa. Giorgio Bocca ammetteva che «la mitizzazione della rivolta vietnamita e la demonizzazione degli americani erano giunte a un tale livello che non era possibile raccontare una verità che avesse però il marchio dell’informazione Usa».
Lo schierarsi a sinistra non ha mai tarpato le ali a chi, essendo scrittore e/o giornalista, ambisse a diventare profeta. Italo Calvino è tutt’oggi un’icona, anche se mise del suo negli anatemi contro il Dottor Zivago di Pasternak. Quando Pier Paolo Pasolini fu assassinato da un giovinastro di borgata, Alberto Moravia sentenziò che il fattaccio era avvenuto perché in Italia manca il rispetto alla cultura (Pol Pot affidava ai carnefici chi portasse occhiali, un’esibizione borghese degna della massima sanzione). Ma i nemici della cultura erano da noi, con le sembianze di Pino Pelosi detto «la rana».