Saragat, l’uomo che lasciò il Psi per difendere libertà e giustizia

L’11 gennaio di 60 anni fa Giuseppe Saragat riuniva a Palazzo Barberini i riformisti del Psi. Non occorse la conta per constatare che la convocazione era riuscita. Erano presenti una buona metà dei maggiori nomi socialisti, la maggioranza dei parlamentari, la Federazione Giovanile quasi al completo. Era la scissione del Psi, non la prima ma la più profonda, la più massiccia, la più carica di significato politico e ancora una volta «pro o contro l’orso sovietico», come Anna Kuliscioff aveva bollato le molte divisioni del suo tempo.
La guerra fredda tra mondo libero e mondo sovietico prendeva ogni giorno più consistenza e di pari passo si acuiva nel Psi il conflitto fra i riformisti e gli altri legati al patto di unità d’azione col Pci. Per giustificare la scissione Saragat dirà che «nel Psi ormai non si può più nemmeno parlare». A soffiare sul fuoco era soprattutto Lelio Basso, convinto che l’uscita dei riformisti avrebbe fatto del Psi il primo partito della sinistra italiana. Curioso destino quello di Basso finito senatore comunista dopo aver sostenuto per quasi tutta la vita che il Pci era una semplice fetazione dell’Urss. Nenni non era contrario alla scissione ma non la fomentava. Pertini si esauriva a far la spola tra Nenni e Saragat con proposte di accordo che nessuno dei due prendeva in considerazione.
Il peso della scissione e la sua importanza politica si misurarono nelle elezioni del 18 aprile 1948. Saragat, ebbe un milione e 700mila voti, meno dello sperato, ma per il Psi fu una catastrofe. Celato nel Fronte Popolare sotto l’effige di Garibaldi il Psi non ritrovò nemmeno la metà dei suoi voti e dei deputati. Per rimediare al guasto molti parlamentari comunisti si dimisero per far entrare i socialisti, naturalmente entrarono i più legati al Pci. La scissione di Palazzo Barberini fu determinante nel creare il clima che portò le forze democratiche alla vittoria del 18 aprile salvando per sempre la libertà dell’Italia. Decisivo, nella vittoria elettorale e nella successiva opera di ricostruzione del Paese distrutto dalla guerra fu il cosiddetto «vincolo esterno», l’alleanza e l’aiuto degli Stati Uniti che fu garantito appunto da uomini come Saragat, La Malfa, Sforza non avendo l’America alcuna conoscenza del mondo cattolico e della Dc. «Va sottolineato - scrive Piero Craveri a proposito del “vincolo esterno”- che tutti i governi europei avvertirono che da soli non ce l’avrebbero fatta, con quel che ne consegue in termini di autonomia e di perdita definitiva d’ogni egemonia». Ma lunga è la serie dei meriti di Saragat, l’uomo politico italiano più combattuto e più svillaneggiato dai comunisti. Mario Melloni, il «Fortebraccio» di Paese sera ha dedicato a lui più corsivi che a qualsiasi altro avversario politico.
Eppure Saragat è l’uomo della libertà, del laicismo, della giustizia sociale. È lui, nel '53, a indurre De Gasperi a opporsi a Sturzo che chiedeva per le elezioni il sistema uninominale che avrebbe dato alla Dc la maggioranza assoluta in Parlamento, e dopo le elezioni, che collocarono la Dc in posizione dominante, fu un strenuo difensore della laicità del governo e della politica. In nome della libertà resistette a Nenni finché Nenni non scelse definitivamente l’Occidente e in nome della giustizia sociale resistette a Malagodi finché il suo liberalismo non si armonizzò con le esigenze sociali. Diede un contributo decisivo alla fine del centrismo, tenendo in stato di crisi latente tutti i governi che si succedettero dal '58 al '62, quando il congresso della Dc a Napoli aprirà definitivamente al Psi le porte del governo. Fu un impeccabile Presidente della Repubblica, attento tutore della legalità costituzionale. A suo merito, il rifiuto di visitare l’Urss o la Spagna di Franco, nonostante inviti, solleciti e pressioni, perché paesi totalitari.
Di Palazzo Barberini Nenni farà ammenda nel '57: «Dieci anni orsono la scissione socialista fu la mia sconfitta e non me ne accorsi». Saragat era nato a Torino nel 1898. Laureatosi in scienze economiche, entrò nel partito socialista nel '22. Quattro anni dopo, per sottrarsi alle persecuzioni fasciste, emigrò in Austria dove sposò le teorie dell’austro-marxismo, una visione gradualistica e riformista del socialismo. Morì a Roma, nel 1988, prima di poter vedere la fine del comunismo e il trionfo delle idee per le quali aveva lottato tutta la vita.