In Sardegna l’ortopedia è di casa

La chirurgia minivasiva entra sempre più anche in ortopedia. Nuove metodiche chirurgiche, meno aggressive, legate al progresso tecnologico e all’evoluzione di tecniche videoassistite, si stanno diffondendo rapidamente anche in questa area della medicina. La chirurgia mininvasiva non è più un mito o una realtà futura, fa parte del presente. Ne parliamo con il professor Giuseppe Mela, primario ortopedico all’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia, un istituto all’avanguardia con 150 posti letto che entro il prossimo anno verranno raddoppiati. Stanno infatti per essere completati i lavori per la costruzione di un nuovo padiglione per le degenze (D2) e un secondo per l’accoglienza, gli ambulatori, i servizi.
Nel reparto di ortopedia e traumatologia (ha trenta letti ed una struttura di trenta persone, di cui dieci chirurghi ortopedici) si eseguono oltre 1200 interventi chirurgici l’anno, di cui 300 di protesi dell’anca e del ginocchio.
«La chirurgia mininvasiva - afferma il professor Mela - offre una ripresa funzionale più rapida, maggior conservazione del tessuto osseo, il controllo della perdita ematica, minori degenze in ospedale, con ricorso a tecniche anestesiologiche loco regionali».
Nato a Buddusò, in provincia di Olbia-Tempio, laureatosi in medicina a Milano e specializzatosi al Cto e a Roma al Gemelli, ha sviluppato ad Olbia in particolare la chirurgia protesica, quella vertebrale e la chirurgia della mano. «D’estate, in Sardegna - ricorda Mela - grazie anche alla vicina Costa Smeralda, vi sono oltre 7 milioni di turisti, per questa ragione aumentiamo l’impegno nell’area traumatologica per le grandi fratture come quelle del femore, della tibia, dell’omero. Eseguiamo oltre 400 di questi interventi all’anno. Inoltre, grazie a una organizzazione mirata siamo riusciti ad effettuare lunghe sedute operatorie durante le quali eseguiamo anche dieci protesi in un solo giorno, per ridurre le liste di attesa». La Sardegna ha grandi tradizioni nella chirurgia protesica: già negli anni Sessanta a Sassari vi era un Centro di eccellenza guidato dal professor Sotgiu, allievo del professor Pietrogrande di Milano che, a sua volta, aveva insegnato anche a Sassari. In ortopedia l’innovazione è una costante. Verso la metà degli anni Novanta sono nate le protesi di superficie di ultima generazione, sono tutte in metallo e si stanno diffondendo. La componente femorale non viene cementata e anche quella acetabolare (la coppa) viene inserita a incastro senza cemento. Le indicazioni delle protesi di superficie sono essenzialmente l'artrosi primaria dell'anca, l'artrosi post traumatica, alcuni tipi di necrosi della testa del femore, altri di coxartrosi displasica dell'anca. Elemento fondamentale per decidere una protesi di superficie è la qualità dell'osso femorale. La presenza di eccessivo riassorbimento, di osteoporosi o di cisti della testa del femore, fanno propendere per l'utilizzo di una protesi convenzionale, che risulta di maggiore affidabilità. Per ridurre ulteriormente i rischi chirurgici si sta diffondendo in ortopedia anche un controllo intraoperatorio radiologico del posizionamento della cupola protesica femorale: un computer-navigatore permette al chirurgo di posizionare in modo più preciso la componente femorale. Queste metodiche richiedono ancora lunghe sperimentazioni per renderle affidabili.
Il professor Mela (iniziò la specializzazione in chirurgia a Milano, anni in cui frequentava il padiglione Zonda del Policlinico, diretto dal professor Edmondo Malan, pioniere della chirurgia vascolare) ha intensificato negli anni le relazioni scientifiche sia con le più importanti università italiane, sia con numerose all’estero. «Con i colleghi dell’università di Pittsburgh (dottor James D’Antonio) e ad Athens-Atlanta (dottor Anthony Mahoney), abbiamo frequenti scambi scientifici con stage di aggiornamento», ricorda Mela che ha organizzato in Sardegna negli anni Novanta e nel 2004 e 2006 dei congressi internazionali di ortopedia ai quali hanno partecipato i maggiori esperti europei e statunitensi, oltre a trecento ortopedici italiani. Anche ad Olbia, come in tutti i centri di eccellenza si discute di nanotecnologie, di nuove mescole per ossa artificiali con cellule che rendono più veloce la guarigione, di strumenti d’avanguardia. L’obbiettivo è la realizzazione di protesi ossee che consentono di guarire più in fretta) rispetto agli strumenti di sintesi in titanio. Si è aperto il grande capitolo della rigenerazione tissutale ed alcuni ortopedici auspicano interventi a livello normativo nel settore sanitario, per l’applicazione delle biotecnologie in ortopedia e traumatologia. Diagnosi e terapie si evolvono, stanno trasformando i modi di essere, di assistere e di produrre nell’intero mondo sanitario. Il progresso è accelerato, si affrontano temi di grande attualità, ma , le applicazioni cliniche di queste ricerche appartengono per ora solo a un lontano domani.