Sarkozy, la riscossa degli oriundi Domani la Francia va alle urne

Se vincerà il leader dell'Ump non sarà il primo &quot;straniero&quot; ad abitare all’Eliseo. Max Gallo, ex portavoce di Mitterand: <strong><a href="/a.pic1?ID=172465">&quot;La sinistra francese è ferma all'Ottocento&quot;</a></strong>. Per i sondaggi <strong><a href="/a.pic1?ID=172466">i comunisti rischiano di sparire</a></strong>

Parigi - Se dal processo elettorale che parte domani Nicolas Sarkozy uscirà presidente (i sondaggi lo danno per sicuro, i sondaggisti meno), si incrineranno alcune certezze francesi ma anche uno dei miti americani. Quello che si condensa in una formula ripetuta spesso con vigorosa buona fede: «Only in Usa». Solo in America, per esempio, sarebbe possibile che un cittadino che non abbia neppure una goccia di «sangue americano» nelle vene possa arrivare alla Casa Bianca. Nicolas Sarkozy è etnicamente francese a meno dello zero per cento eppure è il favorito nella corsa all’Eliseo. Dove sarà accolto dalle ombre di altri «stranieri» che ci hanno abitato, in questo o in uno degli altri palazzi del potere in mille anni di storia di Francia. Riconoscibili dai nomi, prima di tutto: da Leon Gambetta, il governante che evase in un pallone da Parigi assediata dai prussiani durante la guerra del 1870, a quel Viviani cui toccò in sorte di firmare la dichiarazione di guerra del 1914. Senza dimenticare naturalmente Napoleone. Oriundi italiani, spagnoli, polacchi, tedeschi. Ebrei.
Alla Casa Bianca non c’è arrivato nessuno finora anche perché nessuno ci ha seriamente provato. La Francia ne ha avuti una mezza dozzina. Il più vicino nella memoria Pierre Mendès-France. Quello dalla vita più avventurosa Leon Blum, presidente del Consiglio del Fronte popolare e di nuovo dopo la guerra e una «vacanza» in un campo di concentramento tedesco. Donne: si aspetta Hillary Clinton a rompere un tabù, che a Parigi è andato in pezzi vent’anni fa, dunque anche vent’anni prima di Ségolène Royal. Persone di colore? Un Obama era impensabile quando negli anni Cinquanta Gaston Monneret, un africano, era presidente del Senato.
È una particolare vocazione dei politici transalpini? No: è la conseguenza, in primo luogo, del fatto che la Francia è da tanto tempo una «nazione di immigranti», secondo la formula americana. A lungo la Francia è stata in questo l’«America d’Europa». Non solo di élite ma proprio di immigrazione in massa, negli stessi secoli, come negli Stati Uniti concentrata soprattutto nelle città. Nel XIX secolo la corrente migratoria proveniva da tutti i Paesi confinanti. Dopo il 1918 il fenomeno si allargò, anche perché la Francia aveva bisogno di compensare le enormi perdite sofferte nella Prima guerra mondiale. Verso il 1930 ci vivevano almeno tre milioni di cittadini stranieri, più qualche altro milione di naturalizzati, italiani e spagnoli e, già allora, arabi e berberi della Cabilia algerina. Lo spostamento dei poveri aveva due mete, gli Stati Uniti e la Francia, e quest’ultima rimase a lungo quasi sola nell’epoca in cui l’America mise temporaneamente i lucchetti alla Statua della Libertà. Oggi gli Usa sono ripassati largamente in testa, grazie all’afflusso di milioni di persone dall’America latina e dall’Asia; ma la Francia è sempre seconda, e in Europa il primo «melting pot». La globalizzazione, da cui tanti francesi si sentono minacciati, è da tanto tempo un fatto compiuto.
Il Paese europeo in cui più alligna l’antiamericanismo, ed è di gran lunga il meno amato oltre oceano, presenta le caratteristiche demografiche, storiche, comportamentali più simili a quelle americane. Così come circola da tempo il sospetto che la conflittualità fra Washington e Parigi nella politica estera celi in gran parte una similarità di impostazioni e di ambizioni, più o meno consce.
Adesso i toni sono più misurati, anche se nel governo francese c’è sempre qualcuno pronto a sottolineare che «sull’Irak l’avevamo vista giusta noi» e se in America la fine imminente dell’«era Chirac» è celebrata con soddisfazione irrefrenabile.
È questa la situazione cui Sarkozy intende cercare di mettere riparo se ascenderà all’Eliseo. Che ne abbia tutte le intenzioni è fuor di dubbio, anche se può essere esagerato chiamarlo «l’americano». Coincidenze e paradossi non faciliteranno il suo compito, come del resto complicherebbero la vita a chiunque dei suoi concorrenti riuscisse a «bruciarlo» nell’inevitabile «spareggio» del 6 maggio. Se è vero che gli interessi comuni (e i comuni nemici: ci sono soldati francesi in Afghanistan e ce ne furono in Irak durante la Guerra del Golfo, e il giudizio di Chirac e di De Villepin sulla minaccia nucleare iraniana è intercambiabile con quello di Bush e della Clinton, di Obama e di Nancy Pelosi) è anche vero che non si tratta solo di dispetti ma anche di differenze reali nei progetti e nei Miti Fondatori di due Paesi che forse hanno troppo in comune per poter andare veramente d’accordo.