Saverio Costanzo: il mio film non è contro il Vaticano

«In memoria di me», in uscita venerdì, parla del noviziato

Roma - Niente scandalo, grazie a Dio, per quel bacio in bocca tra uomini. Succede nel sottofinale. Il novizio ribelle si sottrae all'Ordine per cercare altrove il senso della propria fede, l'ossuto Padre superiore legato alle ferree regole gesuitiche prova a farlo recedere. È un confronto tormentato, ispido. Per questo, spiega Saverio Costanzo, quel bacio, ispirato al Grande Inquisitore dostoevskiano, «non va letto come il culmine di un'apologia omosessuale, significa semplicemente: stiamo attenti, in tanto parlare di Dio, a non dimenticare l'amore». Dunque, nessun riferimento alla cronaca di questi giorni, ai Dico, alla Binetti, a Ruini. Anche se il regista mette le mani avanti: «Se il film non piacerà al cardinale Ruini non mi stupirò e ne sarò perfino orgoglioso. Vuol dire che sarò riuscito a innescare una riflessione».
Unico titolo italiano in concorso alla Berlinale, In memoria di me esce venerdì distribuito da Medusa, e sarebbe sbagliato trascinarlo nell'agone di una polemica tutta contingente. «Con Private ho raccontato una prigionia indotta dalla guerra israelo-palestinese, con questo secondo film volevo evocare una prigionia volontaria. Mi colpisce chi rinuncia alla propria libertà per cercarne un'altra, spirituale, interiore. Il monastero è una metafora straordinaria, con i suoi ritmi, i suoi silenzi». Figlio di Maurizio Costanzo e di una teologa laureata alla Gregoriana, il regista ha lavorato a lungo sul progetto, liberamente ispirato al romanzo di Furio Monicelli Lacrime impure. Ha scritto e riscritto il copione, consultando i testi del teologo Olivier Clément e del cardinale John Henry Newman, praticando gli Esercizi spirituali di scuola gesuitica, misurandosi col silenzio assoluto per una settimana. Per addivenire a una consapevolezza: «Credo che ci sia un gran bisogno di credere a qualcosa. Le ideologie sono fallite. Più che di religione, per il mio film, parlerei di spiritualità. Ma senza monaci tibetani e campanellini. Cercavo qualcosa di meno morbido e suadente: un contesto cattolico». Ecco, allora, la storia del ventiseienne Andrea, sullo schermo incarnato - nomen omen? - dall'attore bulgaro Christo Jivkov. Rispondendo a un pressante richiamo interiore, il giovane benestante entra da novizio in un monastero simbolicamente situato sull'isola di San Giorgio, a Venezia. «Ho vissuto senza rinunciare a niente, ho bisogno di un motivo per vivere», confessa al Padre maestro. Andrea è colto, acuto, osservatore. Gli insegnano che «la nostra meta è diventare indifferenti a tutto», che «bisogna ascoltare il silenzio che parla nel profondo di noi, lì dove abita Dio». L'avviamento al sacerdozio è duro, contempla l'annullamento di sé. Alcuni novizi, fragili o delusi, mollano, Andrea è tentato. Invece resterà. Un sorriso all'alba, soddisfatto e ambiguo insieme, sigilla il film. Che originariamente avrebbe dovuto concludersi, con un flash-forward: Andrea ormai maturo nominato cardinale. Scena tagliata perché venuta male.
Limato ogni riferimento evidente all'Ordine fondato da Ignazio da Loyola, il regista ha voluto imprimere uno stile rigoroso, solenne, anti-realistico al suo film. Scandito da musiche misticheggianti di Arvo Pärt e debitore, in alcune scene, al cinema di Bresson, Dreyer e Bergman. Dice: «Rispetto i pareri espressi da Padre Lombardi. Ricopre un ruolo istituzionale, è stato anche gentile, il fatto che non sia entrato nella specifico mi fa sospettare che abbia apprezzato».
Costanzo confessa d'avere sentimenti ambivalenti verso Andrea, lo affascina il suo «allenamento ad essere uomo di Dio annullando il proprio io» e insieme ne ha timore. E a chi gli chiede se davvero l'indifferenza sia una meta, risponde: «Sì, se significa imparare a vivere meglio, a selezionare le cose che contano, a ripudiare la superbia. No, se diventa cinismo, assenza». Il dibattito è aperto, non solo in refettorio.