Scacco matto ai Casamonica: sei in manette e tre denunciati

È stato un imprenditore a fare arrestare gli usurai. Il suo debito di 30mila euro era lievitato a 200mila

Vive con la sua famiglia in una struttura protetta, sotto stretta sorveglianza, per aver trovato il coraggio di schierarsi contro il clan dei Casamonica. Sei esponenti della banda ieri sono finiti dietro le sbarre e tre sono stati denunciati a piede libero con l’accusa di estorsione, usura, rapina e truffa.
L’operazione «Jackal» è scattata all’alba e ha visto impegnati un centinaio di uomini, tra agenti dell’VIII gruppo della municipale, del Nucleo di polizia tributaria-Gico della finanza e di quello investigativo dei carabinieri di Viterbo.
Le ordinanze di custodia cautelare sono state firmate dal sostituto procuratore della Dda di Roma, Leonardo Frisani, nei confronti di Sabatino Di Guglielmi, di 31 anni (alias Johnny Casamonica), Pietro Corsi, di 46 anni, (alias Piero), Laura Tanzilli, di 24 anni, e Dario Chicca di 40 anni, tutti pluripregiudicati. Tra i denunciati, invece, il capo del clan Consiglio Di Guglielmi (alias Claudio Casamonica che si trova già agli arresti domiciliari), suo figlio Angelo (alias Roberto Casamonica) e Giuseppe Rampa (alias Pino). Le indagini sono partite nel febbraio scorso quando i vigili, comandati da Antonio Di Maggio, hanno ricevuto la denuncia di un imprenditore, vittima degli usurai, che aveva chiesto 30mila euro e nell’arco di pochi mesi si era ritrovato costretto a pagarne 200mila.
Il «gioco» è andato avanti finché la vittima ha trovato il coraggio di fare il nome dei suoi aguzzini, dopo aver scoperto che alcuni di loro erano già coinvolti in un fascicolo aperto dalla Procura della Repubblica di Viterbo.
Dall’inchiesta coordinata dalla Dda di Roma è emerso che i Casamonica avevano più volte minacciato di morte l’imprenditore e i suoi familiari, anche con l’uso di armi: «O finisci di pagare il debito o la tua vita finisce qui». Pedinamenti, armi e taniche di benzina erano i metodi con i quali i malviventi convincevano i malcapitati a pagare, in silenzio. In un’occasione sono arrivati perfino a rubare un’auto a uno dei debitori come «caparra». Quindici sarebbero al momento i commercianti finiti negli ingranaggi di tassi insostenibili e sproporzionati.
I proventi dell’usura e delle estorsioni in un secondo momento venivano reinvestiti dal clan a Roma e sul litorale laziale. Dopo gli arresti sono scattate le perquisizioni, che hanno riguardato le abitazioni degli esponenti della banda e altri personaggi collegati all’organizzazione e un club privato in provincia di Latina. Due pistole, alcuni proiettili, timbri e carta intestata di falsi uffici pubblici sono stati sequestrati dai carabinieri, dai finanzieri e dagli uomini della municipale.
Il filone, però, non è ancora chiuso e proseguirà nelle prossime settimane grazie al materiale trovato ieri, con la speranza che gli altri commercianti trovino il coraggio di sporgere denuncia contro gli usurai.

Annunci Google