Scampato all'estinzione, il «lupo cattivo» esce dalle fiabe e ritorna a fare paura

Oggetto di una caccia indiscriminata, è stato sull'orlo dell'estinzione fino a quando nel 1971 è stato tutelato per legge. Confinato per anni solo nell'Appennino centrale, lentamente è tornato a popolare l'intero Paese e nelle ultime settimane, da Nord a Sud, sono in continuo aumento le aggressioni a pecore e vitelli

Cacciato in maniera dissennata per tutto l'Ottocento, e buona parte del Novecento, fino a ridurlo sull'orlo dell'estinzione, tutelato poi solo da una quarantina d'anni, il lupo lentamente è tornato a popolare il Belpaese. E non solo nelle zone più sperdute del centro Italia. Negli ultimi giorni infatti segnalazioni sono arrivate dalla Liguria e dalla Puglia, dove capi di bestiame sono state attaccati e uccisi. Facendo tornare una delle più ataviche paure dell'uomo.
Alto 50-70 centimetri, l'esemplari italiano è un po' più piccolo di quello americano e nordeuropeo. Assomiglia a un pastore tedesco, anche se ha fronte più sfuggente, orecchie più arrotondate e coda più corta. Ma inconfondibile è la sua camminata, trotterellante, che gli permette di percorrere anche una sessantina di chilometri in una notte. Per questo tradizionalmente il territorio di questi animali non ha confini precisi.
Da sempre ha rappresentato uno dei maggiori spauracchi per l'uomo, tanto da entrare di diritto come indiscusso protagonista nelle favole di moltissime culture europee, la più celebre «Cappuccetto Rosso» di cui esistono numerose varianti. È stata trascritta infatti nel Seicento da Charles Perrault col titolo «Le Petit Chaperon Rouge» e dai fratelli Grimm due secoli dopo come «Rotkäppchen». Ma già Fedro gli aveva dedicato «Il lupo e l'agnello» e «Il lupo e il cane». Con un lupo devono poi confrontarsi sia «I tre porcellini» sia il «Pierino» di una fiaba russa, messa in musica da Sergej Prokof'ev nel 1936. Da «lupo» deriva la zona di Parigi chiamata Louvre, dove poi sorse il famoso museo. E anche da noi, nelle sue diverse deformazioni, si trova in moltissime toponomastiche: Lova, Lupari, Lupicello, Lupaia, Lupicaia, Lupareccia. Al «lupo» si è soliti attaccare l'aggettivo «cattivo». «Attenti al lupo» è diventata una frase fatta, mentre «Gridare: al lupo! al lupo!» significa diffondere un ingiustificato allarme. Ingiustificato come la paura per questo nobile animale che non ha mai rappresenta un pericolo per l'incolumità dell'uomo. Al massimo dei suoi animali d'allevamento. Come ricordano gli esperti infatti, dall'Ottocento a oggi non sono noti casi certi di aggressione in Italia. In Canada, dove si contano circa 60mila esemplari, non si ha notizia di attacchi a uomini. Mentre risultano invece numerosi i casi di lupi uccisi dagli uomini.
Nonostante questo, per secoli la persecuzione dei lupi è stata spietata e sistematica e con la diffusione delle armi da fuoco ancora più efficace. Tanto da meritare persino una pallottola e un fucile creato apposta per lui: la lupara. Il diminuire della fauna selvatica aveva poi fatto il resto: nel Novecento solo nell'Appennino centro-meridionale erano riuscite a sopravvivere piccole popolazioni. Alla fine la scomparsa definitiva era stata scongiurata solo dall'emanazione, nel 1971, di un decreto ministeriale che ne vietò l'uccisione su tutto il territorio nazionale. Determinante è stata anche la protezione offerta dal Parco Nazionale d'Abruzzo e dagli altri parchi dell'Appennino centrale. Lo spopolamento della montagna e della collina, l'abbandono dell'agricoltura in molte aree che ha permesso il riformarsi dei boschi e il ritorno dei grossi ungulati, cervo, capriolo e cinghiale, sue prede preferite, gli hanno restituito habitat e cibo sufficiente.
E ora tutta la dorsale appenninica, dalla punta della Calabria alla congiunzione con le Alpi Marittime e le stesse Alpi, nel versante orientale, al confine con Francia e Svizzera, sono casa sua. Una presenza in questa area confermata un paio di mesi fa dall'uccisione di alcune pecore nel Parco del Beigua, tra Genova e Savona. In base ai calcoli fatti degli esperti faunistici, dovrebbe trattarsi di un branco composto da almeno una ventina di esemplari. Mentre pochi giorni fa a Monte Sant'Angelo sul Gargano, un vitello è stato aggredito all'interno di un'azienda agricola da un branco poi fuggito all'arrivo dei proprietari. Era tra l'altro il secondo attacco subito dagli allevatori: già nei mesi scorsi i lupi avevano sbranato alcuni capi di bestiame. Facendo così tornare un'ancestrale terrore per quell'animale che in fondo rappresenta solo la nostra paura per tutto ciò che è pericolo e che non riusciamo a comprendere.