Scarron, lo sgorbio dotto di Sua Maestà

Le novelle e il «Romanzo buffo»: il ritorno dello scrittore che mise in burla il Seicento

Il suo aspetto era agghiacciante: aveva il corpo minuscolo, deformato e paralizzato dall’artrite, una larva rattrappita. «Sembro una Z», diceva: «Ho il torace assai convesso:/ son l’accento circonflesso». Una mente brillante, a tratti geniale, ma un fisico devastato da infermità e infortuni, inchiodato a un seggiolone. I soli movimenti possibili erano: muovere le dita quel tanto che bastava per scarabocchiare sui fogli; usare la lingua (sul suo conto girava la voce che fosse senza gambe e che venisse posto sulla tavola in un cesto dove non smetteva un istante di parlare); e - aggiungevano i maligni - rizzare qualcosa tra le gambe.
Eppure Paul Scarron (nato a Parigi nel 1610, morto nel 1660) - discendente di una nobile famiglia di origine piemontese, spirito libero, cinico e colto, ecclesiastico senza convinzione né vocazione, ben introdotto alla corte di Francia - alle umane disgrazie reagì sempre con ironia senza perdere mai la naturale inclinazione a ridere di sé e degli uomini consegnando alla storia delle lettere versi satirici, commedie, parodie, libelli polemici (nota la sua Mazzarinata contro il cardinal Mazzarino), poemi eroicomici, novelle e romanzi che ne fecero il padre del genere burlesco. Da poco sono state tradotte le Novelle tragicomiche (liberilibri, pagg. 136, euro 13; introduzione di Giuseppe Scaraffia), la cui raffinatezza non sfuggì né a Molière né a Stendhal, e quello che è forse il suo libro più famoso, ossia il Romanzo buffo (Sellerio, pagg. 388, euro 12, a cura di Serafino Balduzzi) ambientato nel mondo degli attori girovaghi della provincia francese.
Un curioso studio sui rapporti tra letteratura e reumatologia di qualche anno fa, curato dal medico Marcel-Francis Kahn, classificava la malattia di Paul Scarron come «spondilite anchilosante». Quel che si sa, è che ne fu colpito da giovane, nel 1638. Qualcuno disse che la causa fu una prolungata immersione nelle acque gelate di un fiume dove si era tuffato per sfuggire ai parrocchiani che volevano punirlo per essersi «vestito» solo di piume appiccicate al corpo cosparso di miele durante la notte di Carnevale; e chi disse invece che tutto derivò da strane pozioni somministrategli da un ciarlatano per curarlo della sifilide contratta durante un pellegrinaggio a Roma... Comunque sia andata - e non va taciuto che qualche anno dopo si storpiò ancor peggio quando la sua lettiga fu rovesciata da un cavallo imbizzarrito - nel 1640 chiese e ottenne da Anna d’Austria una pensione a vita come «malato della regina» (spesso si firmava «Paul Scarron, decano dei malati di Francia») che gli permise di dedicarsi a quanto di più amava: infilzare con la lingua e con la penna la schiera che lo circondava di ipocriti, cortigiani ruffiani, dame fintamente virtuose, beghine e baciapile. E se un insegnamento si può trarre dai suoi scritti è - per le donne - che l’unica condotta morale è una spregiudicata visione del mondo, purché dissimulata da comportamenti esteriori irreprensibili; e - per gli uomini - che l’unico modo per salvaguardare patrimonio e reputazione è di non cedere alle lusinghe delle giovani dame. E tutto questo detto da uno spirito ribelle che qualche anno prima di morire, nel 1652, sposò la diciassettenne Françoise d’Aubigné, una seducente fanciulla destinata a diventare, con il nome di marchesa di Maintenon, prima amante influente e poi moglie segreta di Luigi XIV, il Re Sole.