Le scatolette di latta compiono 200 anni

Nate con scopi militari, per gli approvvigionamenti degli eserciti, sono diventate un insostituibile oggetto della vita quotidiana di tutti noi. Il loro aspetto allegro e multicolore ha alimentato un fiorente collezionismo

Il 2010 è l'anno di una piccola ricorrenza da celebrare tra la dispenda e gli scaffali del supermercato: le scatolette di latta, oggetti presenti nella vita di tutti e celebrate da Andy Warol, compiono 200 anni. Il primo a metterle a punto e a brevettarle, nel 1810, fu un inglese, Pierre Durand, il quale intuì le potenzialità della sua scoperta ma preferì monetizzarla subito: e solo un anno dopo, nel 1811, la vendette a due industriali, Bryan Donkin e John Hall, di Bermondsey, presso Londra.
L'idea di Durand aveva però paternità francese. Il governo di Parigi, durante le guerre napoleoniche, aveva bandito un premio di 12mila franchi per colui che avesse proposto un metodo efficace ed economico per conservare grandi quantità di cibo, perchè gli approvvigionamenti alimentari erano uno degli aspetti di maggior vulnerabilità degli eserciti: chi avesse escogitato un modo per nutrire le truppe regolarmente e con una qualità sufficiente e standardizzata, avrebbe avuto un'arma in più contro i nemici. Fu un cuoco e pasticcere di sessant'anni che nel 1809 si aggiudicò quel denaro: Nicolas Appert, nato a Chalon-en-champagne nel 1749, ebbe la sua intuizione constatando che il calore eliminava o rallentava i processi di decomposizione del cibo. E mise a punto il suo metodo di conservazione, secondo il quale era necessario che un contenitore fosse sigillato ermeticamente e poi immerso nell'acqua bollente, per tempi variabili secondo il tipo di alimento. Applicò il processo a dei recipienti di vetro e adottò, cinquant'anni prima di Pasteur, il metodo della sterilizzazione dei cibi. Appert pubblicò l'anno successivo un libro che è tuttora il capostipite riconosciuto della scienza della conservazione: "L'art de conserver les substances animales et vegetales". Ebbe qualche fortuna anche con la sua piccola fabbrica, costruita con i fondi del premio, ma - quasi per una curiosa vendetta storica ....- questa fu rasa al suolo nel 1814 dall'esercito degli austro-prussiani, invasori della Francia, ed egli morì in miseria, a 92 anni.
Pierre Durand, che era nato nel 1766, non fece altro che sostituire i contenitori in vetro con la latta e adattare il metodo Appert alle scatole. La latta (o banda stagnata), un sandwich sottilissimo di acciaio e stagno che esisteva da secoli, presentava molti vantaggi: era un materiale più leggero, più duttile, meno fragile e più economico del vetro. Fondamentali restavano la chiusura ermetica e il passaggio delle scatole, una volta chiuse, ad alta temperatura per eliminare batteri e tossine. Inizialmente il processo di inscatolamento era laborioso perché doveva essere fatto a mano; le prime scatolette erano costose per la gente comune, con il risultato che divennero una sorta di status symbol. Ma progressivamente il successo crebbe, e con esso si allargò il mercato. Il cliente principale nel primo periodo fu la Marina di Sua Maestà e nel 1817 la Donkin&Hall in sei mesi vendette carne in scatola per 3mila sterline. Nel 1820 l'esploratore Edward Parry, nella sua ricerca di un "passaggio a Nord Ovest" per l'India attraverso l'Artico, portò con sé scatolette di carne e di zuppa di piselli, e lo stesso fece nel 1829 l'ammiraglio John Ross in una spedizione analoga. L'unico, serio problema di quei tempi era l'avvelenamento provocato dal piombo che veniva usato per sigillare le scatole.
L'automazione dei processi di inscatolamento, il superamento dei problemi di salubrità del contenitore e l'aumento della gamma di cibi inscatolati (frutta, verdura, carni, persino ostriche, e poi tonno, sardine, pomodoro, zuppe) provocò un progresso della domanda che cominciò a essere sempre più diffusa grazie anche al contenuto "di servizio" delle scatolette, che permetteva di utilizzare il cibo nel tempo, tenendolo nella dispensa per l'occorrenza, diradando le visite al mercato; oppure di accompagnare viaggi e spedizioni. In Italia fu Francesco Cirio ad aprire la prima fabbrica di piselli in scatola nel 1856, a Torino, cui seguì, nel 1875, il primo impianto campano per la lavorazione industriale dei pomodori. Un fatto curioso: l'apriscatole fu creato trent'anni dopo le scatolette che avrebbe dovuto aprire. Fino a quel momento la gente si arrangiò come meglio poteva, con martelli, scalpelli, baionette, persino battendo la scatola sulla pietra.
Il successo dell'industria delle scatolette di latta e i progressi delle stampa litografica, che dava al metallo un'allegra brillantezza multicolore, diede origine a una variante più aristocratica: la scatola di latta contenente prodotti alimentari meno deperibili (biscotti, caramelle, cioccolato) oppure tabacco, puntine di grammofono, sigari e sigarette. Se per le scatolette ermetiche la confezione aveva un'essenziale funzione di conservazione dei cibi, le scatole non sigillate, cioè con il coperchio, assumevano una ragione più decorativa e voluttuaria, erano spesso oggetti da regalo o da ricorrenza, e rispecchiavano la certezza che, una volta terminata la loro funzione originaria, non sarebbero state gettate: avrebbero anzi continuato a servire le donne di casa o i ragazzi per contenere bottoni, utensili, cartoline e mille altre minutaglie casalinghe. Alcune fabbriche si specializzarono in scatole-giocattolo, regalo "doppio" per bambini fortunati, o in fantasiosi decori a tema o d'occasione (anni Santi, celebrazioni storiche, ecc.).
Da qui si può ben intendere come la grande famiglia delle scatole di latta, alle quali oggi è dedicato un fiorente collezionismo, sia in realtà divisa in due ampie categorie. Quelle "povere", sigillate, che per svolgere la loro funzione devono essere aperte e distrutte, e quelle "aristocratiche" per le quali il contenuto è quasi un pretesto e che, anzi, appena vuotate acquistano una più orgogliosa vita propria. E' facilmente intuibile che il collezionismo riguarda quest'ultimo tipo di scatole, che hanno espresso il loro massimo splendore tra la fine dell'Ottocento e la metà del Novecento, e che spesso furono addirittura firmate dalle griffe della pubblicità dell'epoca, da Dudovich a Cappiello: in Italia esistono almeno una decina di grandi collezioni, a cominciare da quella raffinatissima di Marina Durand de la Penne, visitabile a Gerano (Roma) e dedicata esclusivamente a scatole italiane; e da quella di Marco Gusmeroli, di Arona (Varese), considerato "il guru italiano nel collezionismo di materiale pubblicitario". Le collezioni minori non si contano.
Le scatole "povere", quelle di sardine, di tonno, di salse, di pelati, di carne, vengono normalmente gettate dopo l'uso e - tranne rarissime raccolte, presenti soprattutto in Francia - non lasciano traccia. Intendiamoci: il "compleanno" è tutto loro, non di quelle di biscotti. Anch'esse, comunque, possiedono un più ingenuo ma riconoscibile intento decorativo, legato all'elementare marketing di prodotti di poco valore. A differenza delle scatole con il coperchio, che una volta vuotate mantengono intatte le proprie caratteristiche, le scatolette sigillate per essere conservate devono essere svuotate del contenuto; e questo, anche se fatto con accorgimenti esteticamente delicati, implica una violazione della loro integrità. Ovviamente non c'è alternativa.
Prendiamo le scatole di sardine, per esempio, che fanno quasi storia a sé. Vengono prevalentemente da Paesi mediterranei quali Tunisia, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia e sono a lungo "rimaste indietro" rispetto alle confezioni di altri prodotti, perpetuando anche in anni recenti sembianze ottocentesche e caratteristiche da archeologia industriale. Limitandoci alle scatolette litografate (e tralasciando quindi quelle con le etichette di carta, meno brillanti e dai colori più deperibili) va osservata la prevalenza di colori quali il rosso e il giallo (più naturali e più affini ai cibi naturali) e una netta minoranza di scatole stampate in verde, blu o nero. I disegni più frequenti si riferiscono al contenuto, e quindi pesci, pescatori, barche, velieri; ma ci si può imbattere nell'illustrazione della fabbrica, nell'intento forse di stupire il consumatore con le dimensioni e la solennità degli edifici; oppure in figure di fantasia - bambini, ragazze, principesse, ma anche antichi romani o personaggi letterari - per entrare in sintonia con qualche desiderio subliminale delle massaie, e per comunicare qualità e affidabilità.
Due esempi formidabili valgono per tutti. Una scatoletta di sardine sott'olio, fabbricata in Francia, "preparation à l'ancienne, depuis 1903" porta il marchio "Le dieux", gli dei, illustrato con un banchetto dove tra gli altri si riconoscono Giove, con la corona, Nettuno, con il tridente, Marte, con elmo e lancia, Mercurio, con il caduceo. Davanti a ciascuno, un piatto con tre sardine. Una scritta recita, in francese: "Gli dei si nutrivano di sardine e d'ambrosia, Iliade, canto 25mo". Una citazione di Omero? Macchè, l'Iliade si compone di 24 canti. Evidentemente quell'imprenditore decise che per conquistare le donne al mercato il metodo più formidabile doveva essere un apocrifo del poeta greco. Quale incredibile macchinazione intellettuale!
L'altro esempio è italiano e tutti lo possono tuttora verificare negli scaffali dei supermercati. Si tratta delle "Alici in salsa piccante vera marca Rizzoli, Parma", la cui scritta su fondo oro è uguale a sé stessa dal 1906, prima della Prima guerra mondiale (alcune scatolette furono trovate anni fa in una trincea); tre gnomi con la barba e i cappelli tricolori reggono un cartiglio blu con scritto: "Mangiar bene". Piccolo, quasi invisibile, in alto, un motto latino: "Ante lucrum nomen", prima il prestigio del nome e poi il guadagno. Tre parole che raccontano che cosa fossero un tempo l'onore, la nobiltà d'animo, il senso delle cose, il primato dei valori: con la solennità di un'iscrizione in un Pantheon. Invece è una semplice, dignitosa, modesta scatoletta di acciughe. Fabbricata per essere distrutta.