Sceicchi nel pallone: 2 miliardi di dollari per la rivoluzione

I signori del petrolio propongono alchimie per un nuovo ordine economico internazionale. Questa volta non rispolverando lo strumento di ricatto per eccellenza (l’oro nero), bensì la sfera di cuoio, globalizzata al punto tale da annichilire Blatter e gli uomini delle segrete stanze della Fifa e spazzar via l’ultima stilla di romanticismo che forse ancora alberga in questo sport. Con le premesse degne di un film di fantascienza lunedì scorso a Dubai è stata fondata la Royal Football Fund. I soci non sono proprio quattro amici al bar, ma alcuni tra gli uomini più in vista di Emirati, Arabia Saudita, Qatar e Bahrain. Sceicchi e primi ministri, nipoti di re e presidenti di compagnie aeree, uniti non solo dalla passione per il calcio, ma da investimenti onerosi già attuati negli ultimi anni in Europa con risultati in alcuni casi apprezzabili.
Ecco che a fianco di Mansour bin Zayed, proprietario del Manchester City, spunta Hamad al-Thani, l’uomo forte del Paris Saint Germain di Leonardo. Senza dimenticare Mohammad Fathy Saoud, presidente di quella Qatar Foundation che sponsorizza il Barcellona, o Ahmed bin Saeed Al Maktoum, amministratore delegato dell’Emirates Airlanes che «griffa» maglie di club (Milan, Real Madrid, Psg tra gli altri) e stadi (Arsenal). Lunedì attorno all’ampio tavolo in radica della sala riunioni della Dubai’s United Investment Bank si sono accomodati in dieci con un «obolo» da 200 milioni di dollari ciascuno. Staccando dal copioso libretto un assegno imbarazzante per tentare di comprarsi il calcio di tutto il pianeta. Ci riusciranno? Le risorse economiche giocano a loro favore. In questo momento, escludendo forse l’emergente Cina, nessuno ha, o vuole, esporsi così tanto nel mondo schizofrenico del pallone anche soprattutto alla luce della crisi che sta paralizzando l’economia mondiale. E mentre Platini predica il fair-play finanziario, che punta al 2018 come anno in cui tutti i club dovranno raggiungere il pareggio dei conti nei bilanci, i paesi del Golfo vanno controcorrente e spendono con la naturalezza dei bambini capricciosi.
I propositi sono davvero temerari, gestiti per altro da chi vanta una certa familiarità con il calcio d’Europa. Con 2.000 milioni di dollari potenzialmente tra le mani i dieci soci hanno deciso di investire il 30% nell’acquisizione di nuovi club europei. Tre sarebbero già stati individuati (Besiktas, Sporting Lisbona e Atletico Madrid). Nel 2013 partirebbe invece l’assalto al Manchester United e addirittura al Barcellona, in parte «controllato» attraverso uno sponsor che versa nelle casse dei catalani 150 milioni di euro per i prossimi cinque anni. Un altro 30% verrà dirottato per assicurarsi i diritti economici dei giovani calciatori in America Latina, in Africa e in Europa. Un 20% del «tesoretto» andrà all’acquisto dei più importanti eventi calcistici televisivi almeno fino al 2022 (anno dei mondiali in Qatar). In questo caso sarà la tv qatariota Al Jazeera a far la parte del leone. Il rimanente 20% è dedicato invece alla «mission impossible», ovvero a mettere le mani sulle prestazioni di alcuni tra i più noti top player del pianeta, sottraendoli ai loro procuratori. Secondo la stampa araba Cristiano Ronaldo, Tevez, Messi, Ibrahimovic e Iniesta entreranno a far parte della nuova scuderia entro la fine del 2012. Scenari forse sbalorditivi, ma che se messi in atto trasformerebbero il calcio in una malinconica alienazione collettiva su scala planetaria.