Lo sceicco si fa il grattacielo da un chilometro Prontro tra 5 anni: sarà il più alto del mondo

Il principe saudita bin Talal dà il via ai lavori a Jedda in joint venture con la famiglia bin Laden. A breve partiranno i lavori, a Jedda, per la Kingdom Tower, la "Torre del
Regno", nome di sapore fantasy per un grattacielo alto un chilometro
secco

C’è che - da un po’ di anni - giù nel Golfo Persico e dintorni hanno molta voglia di farsi vedere. Piccolo (e narciso) segnale di un inevitabile passaggio da un’economia fondata sul petrolio, che sgorga da solo e non richiede troppo presenzialismo mediatico per vendersi a caro prezzo, a un’economia non oil, che se vuole attrarre turisti le deve sparare grosse (e mantenere). Così, ecco che nell’ultimo decennio sono arrivati in rapida successione negli Emirati Arabi Uniti molte attrazioni architettoniche di chic e di charme, tra cui l’Isola delle Palme, la Almas Tower e il Burj Khalifa, meglio conosciuto come Burj Dubai, l’edificio ad oggi più alto del mondo, 828 metri guglia compresa. Ma solo per altri cinque anni.
La vicina Arabia Saudita, infatti, ha dato un annuncio che deve aver messo sottosopra l’orgoglio degli emiratini: a breve partiranno i lavori, a Jedda, per la Kingdom Tower, la «Torre del Regno», nome di sapore fantasy per un grattacielo alto un chilometro secco. Proprio così: mille metri in verticale di vetro, cemento e acciaio, a dirimpetto sul Mar Rosso. Ed è stato significativamente il nipote del re Abdullah, il principe miliardario Al Walid bin Talal, a gettare il guanto della sfida al resto del Golfo, dove sono già partite le scommesse su chi, dopo l’Arabia Saudita, la farà ancora più in alto.
Nell’impresa fa capolino pure il nome della famiglia bin Laden. La Saudi Arabia Kingdom Holding di bin Talal ha infatti siglato per il grattacielo un accordo da 1,23 miliardi di dollari (841 milioni di euro) con lo storico gruppo di costruzioni fondato nel 1931 dal padre di Osama bin Laden. Il gruppo Bin Laden a sua volta acquisterà il 16,63 per cento della Jeddah Economic, una controllata della stessa holding. E sarà infine la stessa Jeddah Economic a costruire l’intero complesso, che comprenderà un grande tunnel per accedervi, un hotel di innumerevoli stelle e centinaia di appartamenti e uffici. Totale, 500mila metri quadrati.
Il design della Kingdom Tower, invece, è affidato allo studio di architetti statunitensi Adrian Smith e Gordon Gill, già molto attivi nel Golfo. Sono loro ad aver vinto il progetto per i Masdar Headquarters ad Abu Dhabi e ad aver disegnato «1 Dubai», cioè i tre eccentrici grattacieli inanellati che avrebbero dovuto sorgere nella città giardino di Jumeirah, vicino Dubai. La Kingdom Tower, tra progetto ed esecuzione, dovrebbe comprendere un periodo fino ai cinque anni: ad ogni buon conto, pochissimo. Quanto basta per lanciare il messaggio che l’Arabia Saudita non ha intenzione di rimanere indietro nella sfida economica (ed edilizia) che investirà il Golfo quando i giacimenti di petrolio cominceranno ad assottigliarsi: tant’è che tutto non finirà con la Torre del Regno. Questa è un tassello di un progetto che vede un investimento complessivo di 20 miliardi di dollari nella zona nord di Jedda, il porto più importante dello Stato.
La Kingdom Tower è solo uno degli ultimi segnali di fermento che ci arrivano da questo Stato del GCC (il Consiglio di Cooperazione del Golfo, composto da Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, il più «sonnolento» di tutti i membri, e Qatar). Già nel 2007, infatti, l’Arabia Saudita aveva inaugurato l’invidiatissima Kaust, la King Abdullah University of Science e Technology, prima università mista saudita, portando in soli quattro anni da otto a venti gli atenei del Paese. A cui aggiungere sei «città industriali». Economicamente, moriremo sauditi? Forse no, ma è certo che da lassù - dai mille metri della Kingdom Tower - tra qualche anno potranno scrutarci molto bene.