La scelta «repubblichina» di un monarchico tradito

Con Mussolini nell’ultima avventura per riscattare «la morte della Patria»

Sarà che la sua morte, avvenuta per una banale setticemia nel febbraio del ’45, fu assai poco in linea con la retorica della «bella morte» tanto cara ai «ragazzi di Salò» sopravvissuti alla guerra civile. Fatto sta che di Serafino Mazzolini per tutti questi ormai lunghi sessant’anni che ci separano dalla caduta del fascismo si sono conservate poche tracce: poche e, spesso, anche sbagliate.
Non era ancora deceduto ed era già diventato un illustre signor nessuno. Ad un anno di distanza dalla sua scomparsa, il questore di Ancona, interpellato dall’Alto Commissario per le sanzioni, risponde di non sapere nemmeno se sia deceduto o sia ancora in vita. Gli fa pendant il suo collega di Macerata, ipotizzando, sì, che sia morto, ma a Roma invece che a San Felice del Benaco. Eppure Mazzolini doveva essere conosciuto da quelle parti. Marchigiano di nascita, umbro di adozione, a Macerata aveva condotto le sue prime esperienze politiche.
In seguito, di lui non si trova quasi menzione. Se la si trova, è in genere così trascurata che la sua identità viene confusa con quella di qualcun altro. È scambiato, ad esempio, con Vincenzo Azzolini, l’allora governatore della Banca d’Italia.
Per quanto sia stato certamente una figura non di primo piano della nomenklatura fascista, all’interno del regime aveva comunque detenuto posizioni di assoluto rilievo fin dalla Marcia su Roma, allorché aveva guidato - lui nazionalista - le «camicie azzurre» di Ancona. Segretario aggiunto del Pnf con Farinacci, aveva poi optato per la diplomazia occupando posizioni di grande responsabilità fino a diventare sottosegretario agli Esteri nella Repubblica sociale. In pratica il gestore vero, se non il responsabile formale, della politica estera di Salò, visto che il dicastero ufficialmente restò nelle mani di Mussolini.
È anche vero che un simulacro di Stato quale fu la Rsi ebbe solo una sembianza di politica estera. In compenso, però, Mazzolini fu per tutti quei mesi un assiduo collaboratore di Mussolini, addentro quindi alle segrete cose del declinante regime. I suoi «appunti in diretta», ora recuperati e pubblicati con una documentata illustrazione del personaggio (G. Scipione Rossi, Mussolini e il diplomatico. La vita e i diari di Serafino Mazzolini, un monarchico a Salò, Rubbettino, pagg. 566, euro 26,00) non possono quindi che risultare una preziosissima testimonianza degli ultimi giorni del fascismo. Preziosissima perché ci mette direttamente a contatto con la prima linea del regime. Ma preziosissima anche perché è una delle pochissime fonti giunta a noi senza essere sospettabile di una revisione ex-post di segno auto-assolutorio, visto che il suo estensore è venuto a mancare appunto qualche settimana prima del tracollo della Repubblica di Salò.
Le indicazioni, le conferme, anche le semplici informazioni che ci vengono dalle carte Mazzolini sono molte. Due in particolare s’impongono. Per la rilevanza che assumono nella riflessione storiografica su quella tragica ma pur sempre cruciale pagina della nostra vita nazionale. Per l’attualità degli spunti che se ne ricavano. Forniscono infatti nuovo materiale al vivacissimo dibattito accesosi negli ultimi tempi a proposito della cosiddetta «morte della patria».
La prima. La vicenda della Rsi si conferma non essere stata solo la storia di spietati legionari assetati di sempre nuovo sangue di concittadini. Accanto a chi o per fanatismo ideologico o per inclinazione propria vi trovò occasione di dare il peggio di sé e dell’Italia, ci fu anche chi pensò (sbagliando, ma in buona fede e senza un particolare tornaconto) che facendo propria la causa del fascismo, senz’ombra di dubbio ormai con i giorni contati, faceva anche il bene del proprio Paese.
Anche per Mazzolini, come per molti altri, il passaggio cruciale che gli fa maturare l’adesione alla Rsi è l’8 settembre. È un’adesione sofferta per un monarchico convinto ma inevitabile dopo che il diplomatico in camicia nera assiste al «tradimento del Re». Il che non gli fa chiudere gli occhi sugli orrori e le responsabilità, morali e politiche, di cui si macchia il suo fascismo, a Lubiana come nel Montenegro, dove si trova ad operare nel tentativo di dar vita ad uno Stato satellite della Rsi.
La seconda e decisiva. Scrive il 23 ottobre del ’43: «Ho obbedito alla legge della Patria, e non ho di che pentirmi. Se tutti si fossero dati alla latitanza, chi avrebbe controllato nella sua interezza la vita della Nazione?». Nessun ripensamento quindi sulla decisione alquanto tormentata di sposare la causa persa di Salò. Anzi la conferma di quanto aveva maturato all’indomani dell’8 settembre: «Mille voci contraddittorie si accavallano. C’è da uscir pazzi. Assistere all’agonia della Patria senza scoprire un raggio di sole che consoli è penosissimo».
Non si nasconde nell’immediato che sono i tedeschi i padroni della situazione («si sono impadroniti di tutte le più importanti città del Settentrione») come non si nasconderà più tardi che tutto quello che tenta di fare dalla sua postazione di sottosegretario agli Esteri alla fine deve passare sotto le forche caudine della supervisione dell’alleato-padrone.
È una strada stretta, quella imboccata da Mazzolini, che non porta per di più da nessuna parte. Stretta tra la «difesa dell’onore» che non consente di tradire l’alleato e la necessità di salvare il salvabile anche dalla protervia e dalla ferocia dei tedeschi e nel clima avvelenato di sospetti e tradimenti in cui si consuma la fine del fascismo salodiano. Senza via di scampo perché non c’è più spazio per coltivare illusioni di sorta su impossibili rivincite. Ma è anche la testimonianza di come una causa sbagliata possa essere difesa con moderazione ed onestà in nome di un frainteso ma sincero sentimento di patria.