Scherza con Fante ma ricordati di Carnevali

Torna in libreria dopo decenni <em>Bravo burro!</em>, racconto per ragazzi del
più famoso scrittore italoamericano. Eppure il vero genio letterario è un
poeta dimenticato che andò negli Stati Uniti per liberarsi
dell’endecasillabo

Mia moglie va matta per John Fante. Tra i suoi libri, preferisce Full of Life perché ci sono delle patetiche scene sul parto: lo leggeva mentre era incinta del nostro primo figlio. Sopporto poco l’ironia letteraria in genere, faccio fatica a digerire quella statunitense, se enogastronomica e italoamericana, poi, mi viene il voltastomaco. Appena mi pronuncio, mia moglie mi tacita, non toccarmi Fante, deficiente. Mi salvo riconoscendo che ho molti problemi anche con Salinger e con Carver, tutta questa «realtà», tutta questa prosa in presa diretta mi pare una presa in giro, roba di tutti i giorni, letteratura di superficie, superficiale. Dunque, cosa devo dirvi riguardo a Bravo, burro! (Einaudi, pagg. 114, euro 11), che è «il libro meno conosciuto di John Fante», che è «l’unico, in effetti, a non essere stato mai più ripubblicato dopo la prima edizione del 1970», che, sostanzialmente, «è un libro per ragazzi, un’opera minore» (parole di Francesco Durante, sagace e capace curatore del libro)? Non mi abbatto: tendo a credere che a volte non c’è miglior ingresso di quello laterale, sinistro, disadatto. Leggo il libro la prima volta. Prima considerazione: è un libro per ragazzi, ma di quelli seri. Fante non piglia per i fondelli i vostri candidi figlioli, li tormenta con una storia avventurosa, limpida, ma perfino cruda, come facevano i maestri del genere, Rudyard Kipling, Mark Twain, Charles Dickens... Bravo Fante (ha ragione mia moglie). Letto la prima volta, sfioro la blasfemia: la storia mi ricorda quella del burro, cioè dell’asinello, «che aveva portato a Betlemme la Vergine Maria». È Durante a darmi conferma, nell’ambito della sua introduzione, che Fante aveva in mente proprio di scrivere un romanzo sul sacro asinello. L’intento originario compare nel racconto, nella candida preghiera di Manuel: «Benedetta Vergine Maria, so quanto devi amare i burros perché fu uno di loro che portò te e il Bambino a Betlemme. Per favore, aiutaci, me ed El Valiente. Proteggilo da ogni male».
Letto la prima volta il racconto è quello che è: l’amicizia affettuosa tra un ragazzo e l’asinello, che compiono l’impresa di trascinare verso l’hacienda di famiglia Montaña Negra, «il toro possente», «un’enorme massa nera e il chiaro di luna gli faceva luccicare le corna bianche». Letto la prima volta è gradevole e grazioso, con un incipit davvero cinematografico, l’asinello che scampa l’assalto di un puma, e che per questo si merita il nome di El Valiente. Ma è proprio vero, mai vedere un film due volte, mai leggere la seconda volta un racconto modesto. Alla seconda volta si capisce che il Messico di Fante è di cartongesso, una quinta tramortita dalle tarme, e gli animali sono privi di anima. Alla fine, resto con le mie idee su John Fante.
Se devo scegliere un italiano in America, allora opto per Emanuel Carnevali, fiorentino (è nato il 4 dicembre di 113 anni fa), che a sedici anni sbarca a New York con l’intento di diventare il più grande poeta americano di tutti i tempi. Lavora imparando la lingua, scrive in americano, getta nel bidone l’endecasillabo, il sonetto, e tutto l’armamentario italico. Morì strozzato da un boccone di pane nel 1942, nella clinica di malattie nervose e mentali dell’ospedale di Bologna, dopo anni di dolore e deliro. Nel frattempo, Carnevali riesce a diventare «uno dei più grandi poeti della nostra epoca» (Eugene Jolas, lo “scopritore” di Samuel Beckett), il genio selvaggio (ogni prossimità presunta con Rimbaud è voluta) che «talvolta sembrò gettarsi contro il sole» (Carl Sandburg), amato da Ezra Pound e da William Carlos Williams, precursore di Jack Kerouac. Memorabile il resoconto di quando «Sherwood Anderson mi mise gentilmente alla porta» (capite, Sherwood Anderson, il maestro di Hemingway e Faulkner) e mentre «credevo assolutamente adesso di essere l’Unico Dio», «me ne andai a tentoni nella neve, ubriaco, con questi terribili sintomi di follia».
Le prose di Carnevali, violente e superiori, altro che John Fante, le pubblicano Adelphi e Fazi, ora ritornano in auge grazie alla traduzione di «prose memoriali» di Francesco Cappellini (sotto il titolo Il bianco inizio, pubblicate da Via del Vento Edizioni). Per soli 4 euro avete una matassa di belle pagine, e soprattutto un profilo biografico (con tanto di fotografie) come si deve.