SCHOPENHAUER Il tramonto della Volontà

«L’arte d’invecchiare», stille di saggezza e d’ironia del filosofo sull’ultima stagione della vita

L’Adelphi ha intitolato questo ennesimo libretto ricavato dagli scritti postumi di Schopenhauer dall’arte certosina di Franco Volpi, L’arte di invecchiare (pagg. 112, euro 8, traduzione di Giovanni Gurisatti), evidentemente per continuità con L’arte di essere felici, L’arte di trattare le donne, L’arte di farsi rispettare ecc. Ma avrebbe fatto meglio a intitolarlo Senilia, cioè a dargli lo stesso titolo, qui figurante come sottotitolo, che l’autore diede alla raccolta da cui i frammenti sono tratti. Esso ne indica infatti il vero significato. Le «citazioni, riflessioni, ricordi, congetture scientifiche, osservazioni psicologiche, regole di comportamento e massime di vita», di cui il libro è costituito, hanno poco a che fare con l’arte di invecchiare.
Sono le ultime stille di saggezza della meditazione filosofica di Schopenhauer, dice Volpi, ed è vero. Ma sono anche le stille di amarezza, di stizza e bizzarria, che accompagnano l’intera meditazione di Schopenhauer. Per trovare qualcosa su una vera e propria arte di invecchiare, bisogna ricorrere agli Aforismi sulla saggezza della vita che sono contenuti nei Parerga e paralipomena, come fa Volpi, che ne riporta un lungo passo, tratto dall’ultimo capitolo («Sulla differenza tra le età della vita»). Anche da questo lungo brano, tuttavia, si ricava ben poco quanto all’arte di invecchiare. Ci si dice che bisogna solo invecchiare bene perché tutto torni. Però non si indica in che modo. Ad ogni modo, tutto quello che ci può essere di buono nella vecchiaia risulta essere una certa calma, la cessazione dell’agitazione che domina la gioventù. Ma, dopo come prima, sono le tristi verità della vita a dominare: «La vita è privazione, indigenza, bisogno. Dunque preoccupazione e cura, tensione e aspirazione, affanno e dolore». Di arte, in contrario, non se ne può esercitare molta. La vita resta una miseria, e il dolore la sua unica realtà.
Si cita Sofocle, che riteneva la vecchiaia un bene, perché liberava dalla schiavitù del sesso. Ma c’è da domandarsi se proprio la non-liberazione da questa schiavitù, proprio cioè il persistere del desiderio, benché le forze scemino, non sia invece, per i più, la spina nel fianco più pungente della vecchiaia. La calma stessa, d’altra parte, non è che svuotamento, il quale, faute de mieux, consente, volendo e potendo, riflessione e filosofia, al posto della poesia e della famelica e vana, ma corroborante, ricerca della felicità. Senza parlare del disfacimento fisico, che avanza peggiorando fino al «giorno uguale per tutti» (unus dies par omni). Una volta scalata la montagna della vita, si vede sul serio, dall’altra parte, la morte che è ai suoi piedi, e che fino allora si conosceva solo per sentito dire. Tutte le forze si affievoliscono, e questo è perfino bene, sostiene Schopenhauer, perché aiuta l’eutanasia, per cui egli intende la morte non per accidente o malattia, ma per dolce spegnimento, che avviene magari senza che uno se ne accorga.
Dunque l’arte di invecchiare non la si trova, in questo libretto. Ben si trova però Schopenhauer, e non proprio coi rimasugli della sua meditazione, bensì con alcuni picchi della sua dottrina. Per esempio, chi dà la vita per la patria o per la specie, dice, considera la morte il battito di ciglia che non interrompe il vedere e continua a vivere negli altri; «Il motivo per cui si invecchia e si muore non è fisico, ma metafisico»; il sentirsi sempre bambini anche da vecchi è segno che il nostro nucleo, la nostra essenza non muta, perché non sta nel tempo e proprio perciò è indistruttibile. Ci sono osservazioni penetranti, battute fulminanti: «Non appena uno parla di Dio, non so di che cosa stia parlando»; «La condizione per essere saggio è vivere in un mondo di pazzi»; «Sposarsi significa fare il possibile per venirsi reciprocamente a nausea»; «Certo, sarebbe molto carino se con la morte l’intelletto non si spegnesse: così porteremmo intatto nell’altro mondo il greco che abbiamo imparato in questo».
In tono con la sua concezione delle religioni come mitologie costruite su verità fondamentali oscuramente avvertite, è l’osservazione sul cristianesimo del frammento 116: «Con il suo Cristo che funge da capro espiatorio, la predestinazione, la giustificazione per fede, eccetera, la tanto intricata, arruffata, anzi bitorzoluta mitologia del cristianesimo è figlia di due genitori assai eterogenei, nata com’è dal conflitto tra la verità sentita e il monoteismo giudaico esistente, che le si contrappone in modo essenziale».
Come si vede, nelle non molte pagine di questo libretto incontriamo insieme il filosofo e il moralista, il pensatore uno e bino, il Giano bifronte, che è un caso unico nella storia del pensiero. In essa ci sono i filosofi e i moralisti, tra loro separati. Invece Schopenhauer è talmente sia l’uno sia l’altro che Nietzsche, per esempio, è arrivato a negare che egli fosse filosofo per proclamarlo genio moralista. Ma è possibile negare il valore filosofico del grandioso edificio concettuale di Schopenhauer, col suo senso dell’essere e del mistero? Negare la rivoluzione provocata in filosofia dall’irrompere sulla scena della Volontà di vivere cieca onnipotente e irrefrenabile, e dal suo prevaricare sulla ragione?
Mentre comunque gli altri filosofi largheggiano con principi e teorie, ma sono avari di applicazioni ed esempi (il passaggio dall’universale al concreto è il ponte dell’asino dei filosofi), Schopenhauer svolge due operazioni quasi autonomamente l’una dall’altra. Quasi, perché il loro particolare valore viene proprio dalla loro unione di fondo. Le vaste analisi psicologiche che impinguano i suoi volumi, cioè la fenomenologia delle applicazioni alla vita delle teorie enunciate, che dunque non rimangono osservazioni isolate, periferiche e quasi casuali, come nella psicologia, ma risalgono alla «Volontà» come fonte unitaria; il continuo andirivieni dalle teorie alla vita e dalla vita alle teorie, oltre a fornire la prova della validità ed efficacia delle teorie stesse, costituisce un grandioso affresco di vita e uno studio delle passioni di unica acutezza, profondità e coerenza, e ciò spiega appunto la distinzione fatta da Nietzsche e la sua ammirazione del moralista.