La scienza ripudia i robot: «Macchine senza futuro»

Lo scienziato Marvin Lee Minsky: «È impossibile insegnare a delle cose meccaniche quello che neanche l’uomo sa fare»

Nino Materi

nostro inviato a Bergamo

È rassicurante vedere Marvin Lee Minsky, uno dei fondatoriartificiale, impappinarsi facendo una fotografia con una digitale per bambini. Regala uno strano senso di soddisfazione osservare come il professor Minsky, alla stregua di un qualsiasi internauta pasticcione, si perda navigando tra i siti dedicati ai suoi studi e ai suoi libri. Ma soprattutto fa una certa rabbia scoprire che il papà dell’antipatico robot del film 2001: Odissea nello spazio, oggi, a 79 anni suonati, si mostri scettico sulla possibilità di realizzare un cyborg dalle «qualità umane».
Così, mentre i giornali di tutto il mondo sono pieni di titoli che danno per imminente la nascita del primo Robot Sapiens, Minsky dalla cattedra di BergamoScienza (la manifestazione durerà fino al 15 ottobre) ci dice che è meglio non illudersi troppo. Stop, quindi, alla trita retorica fantasy delle «Tre leggi della robotica» di Asimov; basta con gli inutili convegni sulla presunta «eticità» dei robot «emotivi». Torniamo coi piedi per terra. E a farceli mettere è proprio il professor Minsky che, visto da vicino, ricorda Dilbert, l’impiegato della strip di Scott Adams: camicia a mezze maniche, penna a sfera nel taschino e occhiali da vista con montatura démodé. Ma non è solo una questione estetica; anche quando parla, Minsky sforna fascinosi paradossi, esattamente come il suo alter ego in versione comic: «Da 50 anni gli scienziati robotici ci dicono che siamo alla vigilia di una nuova era, peccato che questa era non arrivi mai...».
Scusi professor Minsky, ma lei per smentire la leggenda del «robot intelligente destinato a sostituirsi all’uomo», ci ha messo 80 anni? «Nei miei libri era già tutto scritto, bastava solo saper leggere...». Sta di fatto che questo cervellone, fondatore del MediaLab al Mit di Boston, sembra pentito dei clamorosi proclami del passato e giochi a fare una sorta di auting androide: «I mezzi di informazione continuano a dedicare ampio spazio a “Cog”, la creatura meccanica realizzata dall’équipe di Rodney Brooks nei laboratori del Mit. Peccato che nessuno dica che questo “Cog” non ha portato a nulla...».
Fino a ieri ci dicevate che «Cog» era in grado di «imparare per prove ed errori, di riconoscere i volti, di indicare gli oggetti e suonare un motivo musicale dopo averlo udito», e adesso ci raccontate che equivale al «nulla»?
«Il “progetto Cog”, esattamente come i suoi fratelli in evoluzione, risente di un’errata impostazione di partenza». Quale? «La presuzione, totalmente errata, che l’uomo rappresenti il modello perfetto da trasfondere in un robot o in un computer». Le cose stanno diversamente? «L’uomo è quanto di più fallibile esista sulla faccia della terra e finché non imparerà ad interrogarsi sull’intero processo alla base di ogni decisione, nessun robot avrà mai una “coscienza” di sé». Eppure - coscienza o non coscienza - è indiscutibile che, almeno in campo biomedico, il «mondo dei robot» già esiste e «combatte» con noi ogni giorno. Basti pensare a ciò che accade quotidianamente in migliaia di sale operatorie del pianeta dove, alla mano del chirurgo, si accompagna sempre più quella di un «assistente» meccanico divenuta ormai una figura-chiave nell’universo sanitario. Minsky lo sa bene, ma in questa fase della sua vita si diverte a fare l’«eretico». Quando nel 1954 studiava matematica a Harvard e a Princeton per conseguire il dottorato, le sue idee coincidevano con i suoi sogni: era il momento dei tecno-deliri; ora le sue idee non hanno più bisogno di sogni e l’ipotetica elaborazione di un robot «plurisensoriale» lo intriga meno che in passato.
Oggi Minsky assomiglia più a un filosofo, a un santone carismatico che a un pensatore illumista; lo scienziato della ragione ha ceduto il passo a un razionalismo etico che trova nella parola «coscienza» la chiave di volta dei suoi ragionamenti sempre più difficili da seguire per i non addetti ai lavori. E infatti durante la sua lezione a BergamoScienza ai chiari quesiti del pubblico («Ma abbiamo davvero bisogno di robot che privino emozioni, o piuttosto abbiamo bisogno di macchine che ci liberino dai bisogni e dalla fatica?»; «Che futuro avranno i robot in campo sanitario?»), il professore nato a New York nel 1927 ha risposto da demiurgo oscurantista: «Come possiamo insegnare a delle macchine ciò che neppure noi uomini conosciamo?».
Una risposta che non ci aspettavamo dall’uomo che nel 1951 ha costruito lo Snarc (Stocastic Neural Analog Reinforcement Computer), il «primo simulatore di reti neurali» e che, nel 1955, ha inventato un tipo speciale di microscopio elettronico dotato «di una risoluzione e di una qualità dell'immagine mai raggiunta prima».
Un'idea dominante nel pensiero di Minsky - si legge nella biografia pubblicata sulle pagine enciclopediche del sito «Il Diogene» - è quella di rendere un calcolatore capace di manipolare non solo dati numerici, ma anche simboli di tipo linguistico per la comprensione di forme di ragionamento basate su analogie e sul senso comune. Infatti, da diverse esperienze, Minsky era giunto alla conclusione che la logica, usata nei calcolatori, non è adatta a descrivere i processi di pensiero che gli uomini utilizzano nelle comuni situazioni quotidiane.
A questo scopo egli ricorre al concetto di frame, un quadro di riferimento capace di fornire al programma una gamma di informazioni che trattano una classe di oggetti o di situazioni. Quando si trova di fronte a un problema da risolvere, il programma seleziona un frame e tenta di applicarlo alla soluzione del problema; se l'esito è negativo, prova con un altro frame, e così via.
Gli sforzi per tentare di adattare il funzionamento dei computer alle diverse situazioni della vita reale, hanno condotto Minsky all'elaborazione di concetti e ipotesi, raccolti in numerosi articoli, confluiti successivamente nell'opera «La società della mente».
L'opera è divisa in 31 capitoli, e ogni pagina di ciascun capitolo tratta un singolo argomento, così che la lettura possa seguire anche un ordine diverso rispetto a quello in cui le pagine stesse si presentano. Tale organizzazione, secondo l'autore, è resa necessaria poiché «nessuna storia lineare potrebbe mai descrivere una struttura vasta come la mente umana, così come non sarebbe possibile cogliere il carattere di una cattedrale, di una città o di una civiltà osservandone un solo aspetto o seguendo un solo itinerario».
Il concetto posto alla base del funzionamento del cervello è quello di decentramento: la mente, secondo Minsky, si attiva in modo simile a una società di agenti altamente specializzati, dove ognuno di essi ha uno specifico compito. L'esempio portato da Minsky è quello della collaborazione tra unità mentali per compiere un gesto molto semplice come quello di bere un caffè. Tale azione richiede l'intervento di numerosi agenti: quelli relativi alla «presa», che reggono la tazzina, quelli dell'«equilibrio», che impediscono che il caffè venga versato; quelli del «gusto», che vogliono che il caffè venga bevuto; quelli del «movimento», che portano la tazzina alle labbra.
Ogni agente svolge il suo compito, senza tuttavia impegnare la mente per intero. Infatti, mentre beviamo il caffè, possiamo portare avanti altre azioni come passeggiare per la stanza o parlare con un amico.
Quando una persona compie più azioni nello stesso istante, possono aver luogo conflitti tra gli agenti. Questi conflitti danno vita a tensioni che generalmente fanno sì che un agente prevalga sugli altri. A tensioni eccessive può tuttavia corrispondere un blocco dell'intero sistema.
Nelle diverse sezioni dell'opera, Minsky affronta le varie componenti dell'attività cognitiva umana - l'intelligenza, la memoria, la percezione dei colori e dello spazio, le emozioni, il linguaggio - cercando di mostrare come tali attività possano venire svolte da uno o più meccanismi specializzati, che spesso cooperano strettamente tra loro.
Minsky conclude che le macchine attuali, «pur mostrandosi notevolmente precise e veloci nello svolgimento di determinate attività, appaiono sostanzialmente incapaci di portare a termine compiti che persino un bambino di 2 o 3 anni svolge con facilità». Il motivo? «Alle macchine manca la conoscenza del senso comune, ossia quel tipo di conoscenza formata da un numero incredibile di nozioni pratiche, di regole ed eccezioni, disposizioni e tendenze, acquisite faticosamente attraverso l'esperienza quotidiana». Una giornata-tipo su misura per l’uomo, dove però il «fratello» robot pretende sempre più spazio.
Se non lo otterrà, riuscirà mai a piangere?