Tra scimmie rauche e fiori che pulsano

L’articolo Le Dolomiti d’Etiopia, in cui Malaparte descrive la valle del Tacazzè, è il quinto della serie di quindici che l’autore aveva concordato con il direttore del Corriere della Sera Aldo Borelli e venne pubblicato il 29 giugno 1939.

Il ronzio misterioso e pallido di sciami d’insetti attraversa la luce grassa, strane ombre oleose scivolano sui tronchi e sulle rocce. Branchi di scimmie urlano rauche nel folto della selva di cenere e tosco, inseguono la macchina saltando di ramo in ramo, grottesche e minacciose. Un gruppo di gazzelle trema di freddo nella vampa della canicola. E i serpentari, quei grandi uccelli simili a enormi tacchini, che si cibano di serpenti, si voltano a guardarci, togliendo il capo stupido e crudele fuor delle alte stoppie. Uno di quei serpentari, fermo a una svolta della strada, ci aspetta senza paura, i piccoli occhi rotondi fissi nella fronte sfuggente, piantato sulle due lunghe zampe divaricate, magre e squamose. Gli esce dal becco, divincolandosi, l’estremità di un serpente nero, grosso come il braccio di un bambino. E par veramente il braccio di un bambino, che invoca aiuto dal ventre del serpentario. (...)
Il bosco era folto di piante straordinarie, dalle quali pendevano fiori carnosi, dai petali come labbra, dalle foglie grasse, adipose, che al più lieve urto della mano si rivoltavano con moto improvviso e aggressivo: alcuni di quei fiori avevan forma di pesci, e guizzavan sui rami, altri di polipi, e muovevano i tentacoli, altri di cuori, e pulsavano come fossero gonfi di sangue: altri avevan bocche di cane, e pareva fossero sul punto d’abbaiare, e volessero addentarmi la mano. Al mio avvicinarsi le larghe foglie si muovevano, si spaccavano, si aprivano: vedevo gli alberi girarsi su se stessi seguendomi con lo sguardo. (...)