Lo sciopero selvaggio, vecchio amore della Cgil

Maurizio Sacconi*

Una parte del sindacato italiano, nel nome di un mai sopito primato della classe, privilegia il conflitto come aspetto fisiologico dei rapporti di produzione, rifiutando tutto ciò che può concorrere a raffreddarlo e a prevenirne le ragioni. Per fortuna, l'Italia è caratterizzata da un pluralismo sindacale che, ogni qualvolta si manifesta ed evidenzia le profonde differenze nel modo di fare sindacato, rafforza e non indebolisce le possibilità di evoluzione del lavoro come dell'economia.
Non vi è infatti accordo «separato» tra le parti sociali o tra queste e il governo di cui a posteriori ci si possa pentire. Anzi, sono state proprio intese come quella di San Valentino nel 1984 o il Patto per l'Italia nel 2002 a segnare positivi processi riformatori.
Emblematica è a questo proposito anche la contrapposizione che si è prodotta tra Cgil da un lato e Cisl e Uil dall'altro, a proposito di un ricorso, che tutti e tre i segretari avevano inizialmente sottoscritto, contro una delibera della Commissione di garanzia per il diritto di sciopero nei servizi di pubblica utilità. La delibera, con la quale la Commissione sanzionava gli organizzatori di uno sciopero selvaggio in Alitalia, sarebbe ad avviso dei ricorrenti illegittima perché prodotta da un organo nel quale alcuni componenti - ovviamente nominati dai precedenti presidenti delle Camere - non avrebbero i requisiti di competenza e di indipendenza richiesti dalla legge. Con molta onestà intellettuale, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti hanno ammesso di avere apposto la loro firma senza una compiuta analisi degli atti e ne hanno annunciato il ritiro criticando l'iniziativa della Cgil per il suo significato di delegittimazione di un organo preposto a conciliare due diritti costituzionalmente tutelati: quello degli utenti ad avere garantite le prestazioni essenziali dei servizi pubblici e quello dei lavoratori a utilizzare l'arma dello sciopero.
La vicenda merita di essere sottolineata per almeno due ragioni. La prima consiste nella diversa lettura della funzione del sindacato che oppone ancora una volta la Cgil a tutte le altre organizzazioni, confederali e autonome. In queste ultime infatti appare esservi maggiore disponibilità a una trasformazione del sistema di relazioni industriali, tale per cui il conflitto diventi l'eccezione e non la regola. E il prevalere di questo modello è intimamente connesso alla affermazione di sistemi di prevenzione e di sanzione dei comportamenti sindacali illegittimi in modo che coloro che non li praticano non risultino spiazzati dalla concorrenza «sleale» del sindacalismo più radicale.
Per questo, la seconda ragione dell'attenzione che questa vicenda merita risiede proprio nell'effettività delle regole e delle relative sanzioni che dovrebbero tutelare gli utenti dei servizi di pubblica utilità, ancor più alla vigilia di possibili tensioni indotte da necessari processi di liberalizzazione. Troppo spesso infatti accade che le fasce orarie poste a tutela degli utenti come i criteri di distanza temporale tra uno sciopero e l'altro di un determinato servizio non trovino effettivo rispetto da parte almeno di alcune delle organizzazioni sindacali. Perfino la precettazione spesso non è stata rispettata e alcuni prefetti non hanno talora applicato le relative sanzioni.
La Commissione di garanzia, che il 13 dicembre celebrerà la relazione annuale del suo presidente, non deve essere quindi né delegittimata né intimidita. Essa va piuttosto incoraggiata non solo ad agire con tempestività per prevenire lo sciopero ma anche ad applicare le sanzioni secondo una misura che costituisca reale deterrenza per le prossime violazioni.
* senatore di Forza Italia