È scomparso «Moretto»: gli ebrei romani in lutto

Negli anni dell’occupazione a Roma, mentre le SS davano la caccia agli ebrei, c’era un ebreo romano che con coraggio e determinazione faceva una guerra individuale contro chi voleva eliminare il popolo ebraico. Era Pacifico Di Consiglio, detto «Moretto», un personaggio storico per la città di Roma, che si è spento domenica scorsa e a cui ieri la comunità ebraica ha rivolto l’ultimo saluto. In pochi conoscono la sua storia, perché Moretto era un uomo discreto e umile e non amava parlare del suo passato da eroe. Già prima della Seconda Guerra Mondiale intuì il tragico volgere degli eventi: «Mio nonno era un combattente e capì subito che c’era l’urgenza di difendere la nostra identità ebraica», racconta la nipote, Jessica. «Prima della guerra capì che per il popolo ebraico arrivavano tempi duri, così si iscrisse a pugilato. Nella Roma occupata dai nazisti diede filo da torcere alle SS, e scampò più volte, in modo rocambolesco, alla morte». Una delle sue lezioni fu quella di non abbassare mai la guardia. E dopo la guerra Moretto maturò l’idea di creare un gruppo di volontari che potesse difendere le istituzioni ebraiche dal pericolo di attacchi esterni. I tempi gli diedero ragione ancora una volta, la sua idea si concretizzò dopo la Guerra dei Sei Giorni, nel ’67, quando in Italia «cambiarono gli umori» e si diffuse un antisemitismo «mascherato» da antisionismo. Moretto amava Roma e aveva nel cuore anche Israele: vedeva nello stato appena nato il diritto irriducibile del suo popolo ad avere una patria. Così incoraggiò gli ebrei romani a manifestare pubblicamente di fronte ai palazzi della politica e alle ambasciate dei Paesi arabi, quando l’esistenza dello Stato Ebraico veniva messa in discussione. Moretto non aveva paura di nulla, declinava gli elogi e i complimenti, e ha continuato a lavorare nel silenzio in nome dei valori condivisi, quali la libertà e il coraggio. Negli ultimi anni aveva lasciato un testamento spirituale ai giovani: «La grande lezione di mio nonno è quella di continuare a far sentire la nostra voce - conclude Jessica, sfogliando un album che contiene foto di suo nonno con Golda Meir e Moshè Dayan - e di portare avanti i nostri valori senza abbassare mai la guardia».