La scomunica, il cartellino rosso dei Papi arbitri

La prima volta fu usata contro gli iconoclasti. Poi toccò a re e imperatori. Ma funziona poco. L'allontanamento dai sacramenti è tornato a far discutere a partire dal caso dei lefebriani

Il 30 maggio 1943, rispondendo a una richiesta di Leo A. Kubowitzki, segretario del Congresso Mondiale Ebraico, che chiedeva perché il Papa non scomunicasse Hitler, don Luigi Sturzo scriveva: «È noto che l’ultima volta in cui fu pronunciata una scomunica contro un capo di Stato fu nel caso di Napoleone. Prima di allora, era stata scomunicata Elisabetta, regina di Inghilterra. Né Napoleone, né Elisabetta cambiarono la loro politica dopo la scomunica. Temo che quale risposta alla minaccia di scomunica, Hitler ucciderebbe il più grande numero possibile di ebrei. E nessuno potrebbe impedirgli di farlo».

Lanciata per allontanare dalla Chiesa eretici e scismatici, ma anche isolare i nemici del Papa, la scomunica, che un tempo poteva equivalere alla «morte civile» per chi la riceveva, torna d’attualità. Di fulminanti scomuniche e altrettanto clamorose revoche si discute ormai da settimane, dopo la notizia della cancellazione della pena canonica ai quattro vescovi lefebvriani, uno dei quali negazionista sulle camere a gas. Molti alfieri del progressismo, notoriamente critici verso una Chiesa che punisce ed esclude, si sono riscoperti affezionati sostenitori della scomunica, purché, s’intende, rigorosamente comminata soltanto agli avversari.
La più grave tra le pene canoniche, con la quale la Chiesa esclude dalla comunione dei fedeli e dai sacramenti, ha un fondamento biblico, e si conforma a un’antica pratica del giudaismo, che Gesù fa sua: il «fratello» che ha commesso una colpa va ammonito tre volte e poi, nel caso non si ravveda, «sia per te come il pagano e il pubblicano».

La prima notizia certa di una scomunica risale all’anno 731, quando Gregorio III condanna gli iconoclasti, che demolivano le icone e le immagini sacre ritenendo idolatra la preghiera davanti ad esse. Da allora molte scomuniche hanno fatto la storia, non soltanto quella della Chiesa. Nel 1054 si consuma lo scisma d’Oriente, con le reciproche scomuniche tra Roma e Costantinopoli, che segnano la separazione con gli ortodossi. Saranno cancellate nel 1965, da Paolo VI e dal patriarca Atenagora, senza però portare alla ritrovata unità dopo quasi dieci secoli di separazione. Lo scisma d’Occidente, con la separazione dei seguaci di Lutero, e annessa scomunica, avverrà cinque secoli dopo.

Gregorio VII, nel 1076, scomunica l’imperatore Enrico IV per porre fine alle sanguinarie lotte di successione e agli scontri fra principi tedeschi. L’imperatore si umilierà a Canossa, chiedendo il perdono del Pontefice. In effetti, la scomunica, che di fatto allontana il reo dalla comunione dei fedeli, non è mai stata considerata dalla Chiesa una pena definitiva. Lo scopo è permettere a chi ne è colpito di fare ammenda, di ritornare sui suoi passi, di ravvedersi.

A volte, lungo i secoli, le scomuniche personali sono state accompagnate da interdetti collettivi, che colpivano determinate città o popolazioni, con il divieto della celebrazione dei sacramenti e gli immancabili intrecci tra fede e politica. Gregorio IX, ad esempio, nel 1227 scomunica l’imperatore Federico II di Svevia, il quale si era impegnato con il predecessore del Pontefice a promuovere una nuova crociata per liberare la Terrasanta entro l’agosto di quello stesso anno. Federico aveva predisposto tutto, ma lo scoppio di un’epidemia che fa ammalare lo stesso imperatore costringe la spedizione a far ritorno. Il Papa non vuol sentir regioni e rinnova la condanna perché spera di far deporre l’imperatore. Ma il popolo si ribella costringendo Gregorio a fuggire da Roma e a rifugiarsi prima a Perugia, da dove avrebbe scomunicato anche tutti i suoi sudditi ribelli. Oltre agli scomunicati per le crociate mai fatte, ci sono stati pure gli scomunicati per quelle fatte male, come accade nel caso dei veneziani che nel 1204 invece di dirigersi in Terrasanta avevano deviato su Costantinopoli saccheggiando la città, ed erano stati colpiti dalla sanzione del Papa.

Famosa è poi la scomunica per motivi matrimoniali lanciata nel 1533 contro il sovrano inglese Enrico VIII, che aveva voluto sposare Anna Bolena ripudiando la moglie Caterina d’Aragona dopo aver tentato invano di ottenere la dispensa papale. Le scomuniche per molto tempo sono state accompagnate da un rituale pubblico, celebrato il Giovedì santo e durato cinquecento anni. Nel 1580 vi assiste lo scrittore francese Michel de Montaigne, che lo descrive nei dettagli. Dalla loggia della basilica vaticana viene steso un drappo nero, simbolo dell’inferno e il Papa, accompagnato dai prelati vestiti di bianco, getta sulla folla delle candele accese che simboleggiano le fiamme infernali, ribadendo le scomuniche dei nemici e dei ribelli.
Per nulla efficaci si sono dimostrate scomuniche famose come quelle citate da don Sturzo nella lettera al segretario del Congresso Mondiale ebraico: da quella con cui San Pio V dichiara decaduta l’«eretica» Elisabetta d’Inghilterra (1570), a quella con cui Pio VII scomunica Napoleone Bonaparte (1809), che aveva osato dichiarare decaduto il potere temporale. Con ben tre scomuniche Pio IX fulmina Vittorio Emanuele III, prima per la sua politica ostile alla Chiesa, poi per la presa di Roma e infine per il regio decreto che espropria i palazzi vaticani togliendo al Pontefice il palazzo del Quirinale.
Famosissimo è poi il decreto del Sant’Uffizio di Pio XII che nel 1949 dichiara scomunicati coloro che «professano» la dottrina comunista e la «propagano», in quanto «apostati della fede cattolica». Il decreto, spiega un’autorevole interpretazione pubblicata su L’Osservatore Romano, non riguardava anche coloro che semplicemente votavano per i comunisti. All’origine del provvedimento c’è la situazione disastrosa vissuta dalla Chiesa nei Paesi d’Oltrecortina. In pochi ricordano, però, che il decreto sarà reiterato, con un’interpretazione più restrittiva, citando l’illiceità del voto ai comunisti, nel 1959, sotto il pontificato e con l’approvazione di Giovanni XXIII.

Il nuovo Codice di diritto canonico, in vigore dal 1983, ha portato attenuazioni ma anche inasprimenti in materia di scomunica. Si è attenuata la scomunica nei confronti della massoneria: non è più automatica e scatta solo al termine di un procedimento giudiziario dal quale risulti provata l’affiliazione e l’effettiva cospirazione contro la Chiesa da parte della stessa società segreta. Mentre viene scomunicato automaticamente chi procura l’aborto, madre compresa.