Lo scoop delle Iene e la «stupefacente» morale rovesciata

Mario Palmaro

Un deputato su tre fa uso di stupefacenti - dicono quelli della trasmissione Le Iene - e giustamente nei caffè e sui treni, alla fermata del metrò e in ufficio non si parla d’altro. Però, attenzione: prima di abbandonarsi alla facile indignazione da supermercato, prima di annegare nella demagogia popolare, forse varrebbe la pena ragionare un po’ e provare a rispondere a qualche domanda. Innanzitutto: qual è lo scopo di questo reale o presunto scoop? Perché, diciamolo una buona volta: le notizie hanno sempre un obiettivo recondito, un luogo non detto dove vogliono andare a parare. Chi fa giornalismo sa benissimo che la scelta di un titolo, o di una foto, o di un’inchiesta, nasce da un’idea che rimane sottotraccia, da un teorema legittimo che sta nella testa del direttore, o del caposervizio: documentare una certa cosa per dimostrare una determinata tesi.
Allora, anche in questo caso c’è da domandarsi che cosa volessero dimostrare i cinici e scafati autori delle Iene. Questa trasmissione ha alcune caratteristiche che ne hanno decretato il successo: aggressività, provocazione, giovanilismo, moralismo senza morale. Dietro l’apparente rappresentazione asettica della realtà, ripresa con la telecamera nascosta, talvolta si cela un disegno raffinato e pericolosissimo: trasformare quello che capita nel mondo in automatica autogiustificazione della realtà. Ora, anche in questo caso, è forte il sospetto che si voglia usare l’arma dell’inchiesta giornalistica d’assalto per destrutturare, disintegrare certe categorie tradizionali. La sensazione, infatti, è che denunciando la presunta diffusione delle droghe tra i parlamentari non si voglia tanto censurare l’uso degli stupefacenti, quanto procedere a una destabilizzazione del senso comune. È un classico esempio di morale capovolta, di coerenza alla rovescia: siccome i parlamentari sniffano, allora bisognerebbe permettere la stessa cosa anche alla gente comune. Se loro sì, perché noi no? Dimenticandosi che il ragionamento ha una pecca intrinseca. Se avessero scoperto che un politico su tre intasca bustarelle, avrebbero preteso la liberalizzazione della corruzione?
E ancora: lo strumento adottato dalle Iene è quanto di più sottilmente brutale si possa immaginare, perché non si chiama in causa nessuno direttamente, preferendo gettare un’ombra oscura addosso all’intera classe politica. Provate a immaginare se domani si usasse lo stesso sistema a proposito della categoria cui appartenete voi. Mettiamo che qualcuno dica di aver asciugato un po’ di sudore a qualche tassista, o a un gruppo di odontoiatri, o a una schiera di giornalisti, o di avvocati, o di commercialisti, e poi vada in tv a dire: un avvocato, o un commercialista, o un taxista su tre si droga. Vi piacerebbe? Io credo proprio di no.
La perfidia di questa operazione sta nel fatto che adesso, sentendo un Buttiglione, o un Fini, o un Castelli che si dichiarano contrari alla legalizzazione delle droghe leggere, la gente è autorizzata ad avere una riserva mentale, un angolino del cervello in cui si accende un punto interrogativo: chissà se questo predica bene e razzola male. Che nostalgia per il sano vecchio giornalismo di una volta, fatto da professionisti che verificano, indagano, controllano, cercano di capire. E che, soprattutto, non sparano nel mucchio, solleticando il pruriginoso qualunquismo che nella ’ggente è sempre pronto a scatenarsi contro «il palazzo». Per una volta, non sono i politici a fare la figura peggiore.
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