La scoperta degli ipocriti: in guerra ci sono atrocità

«Il primo caduto d’ogni guerra è la verità». Bella scoperta. Il primo ad abusare della celebre frase è nel 1917 il senatore americano Hiram W. Johnson. Che la ruba, con 2400 anni di ritardo, al poeta greco Eschilo. Ora Julian Assange, il diafano folletto fondatore di Wikileaks, ce la ripropina per difendere le sue «verità», quelle contenute in 400mila documenti sottratti dai computer del Pentagono. Rovistare tra quei file rubati è come rileggersi le soffiate annotate sul taccuino di un maresciallo dei carabinieri. Ci puoi ritrovare la verità o la calunnia, la prova o il depistaggio, l’informazione o la disinformazione. Per capirci qualcosa bisognerebbe selezionarli, analizzarli, spurgarli, decifrarli. Il folletto Assange invece ce li regala come verità autentica, unica e incontrovertibile. Usa quella verità che vorrebbe «assoluta» per ricordarci che la guerra è dolore, orrore e tragedia. Altra bella novità. Per scoprirlo bastava riandare, tanto per citare un esempio, all’ecatombe del 13 febbraio 1945 quando le bombe inglesi e americane riducono a “tabula rasa” 25mila delle 28mila case di Dresda. In meno di 48 ore la tempesta di fuoco “alleata” si porta via 35mila civili secondo le stime più prudenti, quasi 200mila secondo quelle meno contenute.
A dar retta alle cifre meno apocalittiche quei due giorni di guerra fanno, insomma, un terzo dei morti attribuiti dai file di Wikileaks a 6 anni di conflitto iracheno. Eppure quel bombardamento riposa nelle pieghe della storia, resta un episodio marginale e assai poco raccontato. Appartiene come c’insegna Gianpaolo Pansa al cosiddetto “Sangue dei vinti”, un sangue sofferto, ma poco celebrato e assai spesso dimenticato.
Questo non basta a giustificarne l’orrore, ma serve a ricordare che - come ripete il Colonnello Kurtz in Apocalypse Now - l’orrore è l’ingrediente di ogni conflitto, di ogni battaglia, di ogni contesa risolta con le armi. E chi ci si trova dentro impara spesso a farselo amico. Così fanno i soldati americani colpevoli di assistere impassibili mentre i loro alleati iracheni si trasformano in carnefici e infliggono agli ex alleati di Saddam o ai sospetti terroristi le stesse torture, le stesse atrocità, le stesse nefandezze messe in atto un tempo nelle segrete del rais. L’aspetto più sconcertante delle rivelazioni di Wikileaks è proprio questo. È scoprire che quasi il 90 per cento degli abusi e delle torture non è commesso dagli invasori americani, ma dagli stessi iracheni. Quelle nefandezze, uscite non dalla galera sotto controllo statunitense di Abu Ghraib, ma dalle prigioni affidate alla gestione del neonato governo di Bagdad sono l’aspetto più sordido e terrificante dei file di Wikileaks.
Quella ripugnante violenza è la vendetta dei sottomessi, è la triste rivalsa di chi per anni è vissuto nell’orrore e ora lo regala con gli interessi a chi stava al fianco di Saddam o dimostra simpatie per i fondamentalisti sunniti o sciiti. La colpa degli americani è quella di annotare senza intervenire, di registrare senza reagire, di lavarsi le mani davanti alle porcherie dei loro alleati trasformatisi in nuovi potenti, in nuovi signori della vita e della morte, in nuovi giudici e boia. Quella colpa fa gridare allo scandalo democratici, benpensanti e pacifisti. E così la sinistra nostrana, sempre pronta ad accusare Pansa di «gettar fango sulla resistenza» quando svela le atrocità di stampo partigiano, ora insorge contro il Pentagono accusandolo di non aver denunciato gli orrori iracheni, di non aver messo un freno a quei crimini, di non aver fermato la barbarie. Il principio è indubitabilmente corretto e giusto, posto che ogni episodio di violenza andrebbe contestualizzato e sottoposto a un’indagine. Ma la relatività con cui viene brandito, la distonia con cui viene propinato, finisce con il lasciar qualche dubbio sulla sincerità e sugli scopi di tanti pacifisti a corrente perennemente e sinistramente alternata.