Le scoperte che valgono un Perù

Vent’anni dopo la sepoltura del Señor de Sipán, rinvenuta nello stesso sito un’altra ricchissima tomba di sacerdote «moche»

«Me parece no tener ojos suficientes para verlo todo». «El Perú es un mendigo sentado en un banco de oro». Lo stupore di fronte a un Paese incantevole. E poi la riflessione sulla ricchezza delle sue risorse e la povertà del suo popolo. Davvero «gli occhi non bastano per vederlo tutto», e davvero il Perù «è un mendicante seduto su un tesoro». Lo diceva, nella seconda metà dell’Ottocento, Antonio Raimondi, il naturalista milanese che per quarant’anni, dal ’50 alla morte, nel ’90, si dedicò alla sua seconda patria (a lui sono dedicati un museo a La Molina, in Lima, e una statua a Miraflores, sempre nella capitale).
Le riflessioni di Raimondi sono le stesse che animano il lavoro degli archeologi al lavoro su di un sito peruviano tanto affascinante quanto arduo da riportare ai fasti di un tempo. Il tempo è quello della cultura Moche (100 a.C.-850 d.C.) e il suo «epicentro» di Sipán ha già offerto le tombe più ricche di oggetti d’oro e d’argento dell’America precolombiana, prima fra tutte quella del Señor de Sipán, un curaca o sacerdote soprannominato «il Tutankamon americano». La camera mortuaria del religioso, seppellito con altre otto persone fra servi, guerrieri e concubine e con un tesoro composto da ornamenti, emblemi e vesti d’oro, argento, rame e pietre semipreziose, risale a circa 1700 anni fa e venne alla luce nel luglio dell’87 per merito dell’équipe guidata dall’italiano Walter Alva, i lavori della quale proseguirono fino al 2001. Sei anni dopo, Alva ha ripreso gli scavi con il collega Luis Chero Zurita e altri collaboratori. Scavi che hanno rivelato recentemente un’altra sepoltura.
Impegno arduo, dicevamo, quello degli studiosi, i quali operano in una zona desertica, dove sabbia e fango portati dal vento e dalla pioggia hanno ricoperto, nel corso dei secoli, i resti di quell’importante centro religioso. Ma a dare una grossa mano agli archeologi ci sono, dal 2005, la Caritas peruviana, la Asociación Amigos del Museo de Sipán e la cattedra di Lingua e Letterature ispano-americane dell’Università degli Studi di Milano. Furono loro a presentare al Fip (Fondo Italo-Peruviano) il progetto biennale PRODESIPÁN. Il progetto, che prevede un finanziamento di circa 2,5 milioni di euro (provenienti dalla conversione del debito peruviano nei confronti dell’Italia), è stato approvato nei primi mesi dell’anno scorso, poi perfezionato e firmato nell’agosto 2006 e aggiornato nel maggio scorso. I lavori della prima fase dovranno concludersi alla fine del maggio 2008 con un convegno in cui saranno presentati i risultati della nuova campagna di scavi.
La particolarità dell’intervento consiste nell’impatto sociale che si propone, coinvolgendo le poverissime popolazioni dei villaggi intorno al sito. Il circolo virtuoso da innescare è questo: miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti e loro formazione per offrire servizi di carattere turistico (ristorazione, guide e altro); dunque incremento dei flussi turistici (in Perù pressoché limitati alla capitale e a Machu Picchu); quindi incremento delle risorse anche per gli scavi.
Per tornare al nuovo Señor scoperto da poco, Alva ha spiegato che la sua tomba, situata, come quella del primo Señor, a Huaca Rajada, circa 30 chilometri da Chiclayo, apparterrebbe a un personaggio d’alto rango della cultura Moche. «Pare - ha aggiunto Alva - un reperto più antico di una sessantina d’anni, o di due generazioni, rispetto alla maestosa tomba del Señor de Sipán, che si trova pochi metri più in alto nella stessa costruzione, da noi chiamata la Piattaforma Funeraria. Questo ritrovamento è importante perché potrebbe completare la sequenza dei personaggi raffigurati nel rituale del Tema dell’Offerta o della Cerimonia del Sacrificio. L’ornamento con una testa di giaguaro ritrovato nella tomba, infatti, ci fa ipotizzare che si tratti del personaggio D del Tema dell’Offerta (prima della scoperta del Signore di Sipán, l’archeologo Christopher Donnan aveva dato il nome delle prime quattro lettere dell’alfabeto ai personaggi raffigurati in un disegno che mostra il momento culminante del rituale)».
Dello stesso parere è Antonio Aimi, appena rientrato da Sipán dove, con Emilia Perassi, dirige la missione dell’Università di Milano. «Al momento - ha precisato Aimi - l’ipotesi del personaggio D sembra la più convincente, ma senza dimenticare che la Cerimonia del Sacrificio, probabilmente, aveva diverse varianti e che i personaggi che vi prendevano parte potevano avere simboli e paraphernalia diversi e in alcuni casi sovrapponibili». Nella tomba sono stati trovati oggetti di legno ricoperti di rame, corone di rame dorato, quattro teste di felini di rame e alcune mazze da guerra che inquadrano il personaggio in una gerarchia religiosa e militare.