Lo scrittore francese Houellebecq si racconta

"Io alla vecchiaia non penso proprio. Ma lei pensa a me".
Fresco di Premio Goncourt, lo scrittore francese si rivela meno ombroso del solito
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Tolte di mezzo le questioni su cui si ottiene risposta più o meno monosillabica (Felice del Premio Goncourt atteso da una vita? «Sì». Che pensa di Tahar Ben Jelloun, che si è scagliato ferocemente contro il suo ultimo romanzo, La carta e il territorio (Bompiani, pagg. 362, euro 20, trad. Fabrizio Ascari, che presenta domani alla Fnac di Milano, ore 18) prima ancora che uscisse? «Prima ancora di leggerlo, vorrà dire»), entriamo nell’arena di sguardi e silenzi che sono le interviste con il più grande scrittore francese vivente.

Prima però Michel Houellebecq si alza dal divano della sontuosa hall dell’albergo milanese in cui ci ha ricevuto, con quella silhouette inclinata che lo rende ambiguamente disarmato, osserva i bipedi insensati che ha di fronte e chiede a capo chino se può fumarsi una sigaretta, se gliene procurano un’altra stecca, se ci dispiace che si assenti. Che vada. Che si rilassi. Che torni. Che abbia voglia di rispondere (spesso non accade nulla di tutto questo). La carta e il territorio è il suo romanzo migliore, lo dicono tutti ed è vero: Jed Martin, artista di talento, figlio commovente, amante in stato di shock, così depresso da creare una vera relazione solo con la sua caldaia, è il potenziale alter ego di Houellebecq. Che però nel libro c’è.

E muore, ucciso e poi fatto a pezzi. Intorno a Jed, la Francia, il mercato globale, il mondo dell’arte e della letteratura, la televisione, la malattia. Tutto così vero, inevitabile da risultare osceno, incantevole. Torna.
La carta e il territorio termina con l’immagine di un’invasione vegetale del pianeta. Probabile?
«Non è una metafora. Forse è così che finirà. Rimarranno i vegetali dopo gli animali, sulla terra. Il vegetale è meno fragile. O forse è solo che in Irlanda ho una casa con un prato e non riesco ad occuparmene. In Irlanda l’erba cresce molto rapidamente».
È un finale che trasmette pace.
«Gli umani hanno un rapporto buono con l’erba. L’idea che crescerà erba sulla nostra tomba è abbastanza gradevole».
A proposito di tombe, lei ha detto che ciò che sciocca nei suoi libri non sono le scene di sesso, ma di fallimento sessuale. Dovuto al senso di morte che incombe su tutto?
«In questo libro il sesso è soddisfacente. Ma i personaggi femminili scompaiono più rapidamente».
Già: Jed lascia partire Olga, la sua fidanzata, come se non gliene importasse. Perché?
«È la sua natura: quando si avvicina la catastrofe, non riesce a far nulla. L’ora della partenza dell’aereo di Olga si avvicina e lui rimane paralizzato. Come i conigli sull’autostrada».
Quindi da lì in poi, e anche prima, poche scene di sesso.
«Quasi nulla».
E l’ineluttabilità della morte prende il sopravvento.
«Sì».
Ci pensa molto, a questo?
«Sì».
Che cosa possiamo fare per sopportarlo?
«La maggior parte della gente se ne frega. Detestano ammalarsi, soffrire, e basta. È la morte degli altri che ci angoscia».
Alla vecchiaia ci pensa?
«È la vecchiaia che pensa a me, al mio posto».
Ma l’Houellebecq del romanzo è lei?
«Quello della prima scena sì. Nella vita vera io sono così».
Con tutto quel vino?
«Nella prima scena non bevo molto».
Però ha un sacco di certezze enologiche e alimentari.
«E molto forti, anche. Nella vita non è tutto, però è già qualcosa».
Iggy Pop ha scritto canzoni su La possibilità di un’isola e ha detto che il suo libro è l’unico che gli sia piaciuto negli ultimi dieci anni. Negli incontri in tv, lei lo guarda come un mito.
«Lo guardo rapito, perché è uno dei primi cantanti di cui abbia comprato dischi nella mia vita. È stupefacente vedere dal vivo una persona che si ascoltava a quindici anni. È la reazione di un fan appassionato».
Sente mai nei suoi lettori questa reazione?
«A Napoli».
E in Francia?
«No, in Francia vedono scrittori francesi in continuazione».
Ha detto di recente che crede nella felicità eterna. Conferma?
«È il tipo di argomento sul quale sono in perenne contraddizione. Il tema mi interessa, ma non me lo spiego».
In effetti è difficile accostare la felicità ai suoi romanzi.
«Invece ci sono tanti momenti di felicità. La possibilità di un’isola era costruito proprio sull’idea che un momento di felicità può diventare eterno. L’eterno ritorno, il carattere ciclico del tempo. Non è un’idea pazza, sa? E nulla ci consente in modo rigoroso di confutarla».
Che rapporto ha con il corpo dei suoi personaggi?
«Sì, li vedo molto bene. Jed è piccolo, con la pelle più bianca della media, l’aria delicata. Il fascino è tutto nello sguardo, non nel corpo».
Per scrivere bisogna staccare dall’attualità? In Italia gli scrittori ne sono ossessionati.
«Per un romanzo, io stacco anche per un anno o due».
Da tutto?
«Da tutto. Scrivere un romanzo può nuocere anche alla vita personale. Trascuro le cure, le persone. E so che queste persone non perdoneranno».
Ma continua.
«In questo momento ho smesso. Infatti mi occupo dei miei denti. E sono anche carino con tutti».
Anche in La carta e il territorio c’è una componente depressiva?
«Jed è un artista e dunque non ha una tabella di marcia di vita. I suoi periodi depressivi si riassorbono da soli, senza conseguenze pesanti. Per chi ha una vita piena di impegni ogni piccola depressione diventa grave».
Ma lei un rapporto così problematico con una caldaia l’ha mai avuto?
«Nel romanzo ho un po’ calcato la mano nell’espressività della caldaia, ma tra lei è Jed c’è un vero legame segreto. La mia è più enigmatica».