Uno scrittore preciso come un cecchino

I principi cardine del new journalism, il movimento che negli anni Sessanta-Settanta in America ha rivoluzionato il modo di scrivere i reportage giornalistici e raccontare «storie», le features, sono in sostanza due: «Be there», cioè dare al lettore l’impressione di essere sulla scena dei fatti; e usare tutte le risorse e i trucchi possibili della scrittura per incuriosire, appassionare, emozionare il lettore, tirandolo dentro la pagina e fargli trattenere il respiro. Ha scritto Tom Wolfe, uno dei grandi nomi insieme a Truman Capote, Norman Mailer e Gay Talese, del movimento che ha costruito il nuovo stile del reporting: «Non ho mai avuto la minima esitazione a provare ogni stratagemma che potesse ragionevolmente coinvolgere il lettore per qualche secondo in più».
Erede talentuosissimo dei talentuosi maestri citati, il giornalista-scrittore americano William Langewiesche, oggi 56enne, ha imparato e poi ripetuto alla perfezione la lezione, aggiornandola con la propria personalissima tecnica. Corrispondente per 15 anni del mitico Atlantic Monthly, oggi una delle firme più importanti di Vanity Fair e vincitore per due volte del «National Magazine Award for Excellence in Reporting», William Langewiesche ha scritto alcuni dei titoli più belli degli ultimi anni nel campo del journalistic novel, come lo chiamava Capote, o non-fiction novel, secondo la definizione di Tom Wolfe: libri che raccontano «fatti» ma con il passo del romanzo, come American Ground (2002) sul crollo delle Torri Gemelle, Terrore dal mare (2004) sui crimini e l’anarchia che solcano gli oceani del pianeta, o Il bazar atomico (2007) sull’arsenale nucleare che si nasconde ai quattro angoli del mondo. O come Esecuzioni a distanza (pubblicato come tutti gli altri suoi titoli da Adelphi, e che Langewiesche presenterà l’11 settembre al festival di Mantova), in cui la regola del new journalism - «mostrare gli avvenimenti al lettore come se li vedesse da dietro il mirino di una telecamera» - è messa in pratica non solo metaforicamente.
Il libro, infatti, raccoglie due incredibili, e anomali, e straordinari reportage di guerra, non scritti sul campo, in aree di conflitto, ma «a distanza», facendo parlare persone che in quelle zone hanno combattuto o ancora stanno combattendo. Il primo “pezzo”, che dà il titolo al libro, Esecuzione a distanza, racconta la vita quotidiana di uno «sniper», un tiratore scelto dell’esercito americano, un tipo normalissimo, «un uomo tranquillo, senza pretese», uno che ha sempre avuto la passione per le armi, ha buona mira, è passato da un lavoro all’altro, servendo per qualche anno anche in polizia, e alla fine, arruolatosi nella Guardia Nazionale, si ritrova in Afghanistan ad abbattere con precisione millimetrica guerriglieri talebani. Il secondo “pezzo”, intitolato Predatori, ricostruisce, tra situazioni surreali e mattanze teleguidate, l’addestramento e le giornate di «lavoro» dei piloti americani che in un hangar nella base aerea di Halloman, nel New Mexico, guidano i droni «Pradator» e «Reaper» sopra i bersagli nelle montagne afghane, a 13mila chilometri di distanza.
Sono due volti feroci e grotteschi di una stessa guerra: la prima dove si uccide scientificamente, con un calcolo balistico e la mano ferma, guardando nel puntatore laser esplodere la testa del proprio bersaglio umano, uomo o asino che sia. La seconda dove si massacra chirurgicamente, guidando i bombardieri sugli «obiettivi sensibili», vedendo disintegrarsi villaggi, moschee e colonne di pick-up sullo schermo asettico di un computer.
In perfetto stile new journalism, William Langewiesche non dà giudizi, non fa morale, non giudica. Ma il modo in cui racconta questa «strana» guerra basta, e avanza, sia per farsi un’idea del nuovo tipo di conflitto che ci riserva il futuro, sia per afferrare l’opinione dell’autore sugli uomini che quella guerra l’hanno decisa e la fanno.
«Una guerra che perderemo, ma dichiarando di averla vinta. È successo in Vietnam, sta succedendo di nuovo in Iraq, succederà anche in Afghanistan», scrive a un certo punto Langewiesche, trascrivendo il pensieri del «suo» cecchino, che per ragioni di sicurezza chiama semplicemente «Crane», uno che sul suo fucile di precisione porta inciso «Ricordati l’11 settembre» e sul coperchietto del mirino telescopico ha incollato una foto delle Torri Gemelle.
«Una guerra combattuta da casa ma in un altro paese è un’esperienza nuova, sorprendente», nota quasi senza altre parole Langewiesche di fronte a un pilota che con la sua tuta di volo piena di cerniere e patacche appiccicate ovunque - «somigliava a Tom Cruise, ma forse era solo il taglio da Top Gun» - si prepara a controllare via computer dagli Stati Uniti un apparecchio in volo sopra i deserti afghani.
Scrive a un certo punto Langewiesche, descrivendo il “suo” cecchino caduto in un’imboscata dei talebani: «Crane si è preparato a un tiro dal basso, cioè ha mirato qualcosa sotto il lampo e leggermente sulla destra, con l’idea che il tiratore fosse appunto destro, quindi coricato a sinistra dell’arma. Ha premuto il grilletto, e un attimo dopo, subito sopra il presunto punto d’impatto, ha visto una nuvoletta rosa. Era sangue nebulizzato. Dal punto di vista tecnico, significava che Crane aveva valutato correttamente la distanza. Da quello tattico, che un’arma nemica aveva smesso di sparare. Da quello strategico, nulla».
È la guerra, appunto.