Scrittori australiani così poetici e selvaggi

Dal vecchio Lawson a Tim Winton e Dorothy Hewett romanzi poco metropolitani e per niente postmoderni

Vi ricordate Picnic a Hanging Rock, il film che, nel 1975, fece da trampolino al regista australiano Peter Weir, lo stesso dell’Attimo fuggente e del recente Master & Commander, tanto per citare alcuni titoli successivi? Naturalmente Picnic a Hanging Rock era tratto da un romanzo e il film superò in fama il libro. Scritto da Joan Lindsam nel 1967, e pubblicato in Italia da Sellerio, il romanzo si iscrive già a pieno titolo in quella letteratura australiana del secondo novecento che ripropone la potente dicotomia, insanabile e ineludibile, di natura e cultura. La trama, in sintesi, inscena la gita di una classe di studentesse dell’aristocratico collegio femminile di Appleyard ad Hanging Rock, un gruppo di rocce vulcaniche che sovrasta lo stato australiano del Victoria. Siamo agli inizi del 1900 e alcune delle ragazze protagoniste, frustrate da una rigida cultura perbenista e castigate fin nel vestiario, vengono irresistibilmente attratte dall’insondabile mistero della natura e vi si perdono definitivamente. Persino gli orologi si fermano: la natura inghiotte la cultura, il mito fagocita la storia, l’eterno succedersi di albe, tramonti e stagioni scompagina la regolare scansione cronologica del tempo.
Ma procediamo per gradi: perché abbiamo cominciato questa panoramica sull’attuale letteratura australiana partendo da un flashback? Certo, pretendere di circoscrivere il proteiforme magma creativo delle ultime due generazioni di scrittori australiani in uno standard è impossibile, ma non si possono tacere «motivi ricorrenti» che sembrano contribuire a mantener vive, in quel continente lontano, le istanze migliori di certa letteratura anche europea, magari minoritaria, ma nient’affatto minorata. Non minorata, soprattutto, dalle paludi ideologiche, minimaliste e avanguardiste, che hanno fin troppo corroso le letterature europee e americana. Vengono in mente, su tutti, David Herbert Lawrence, l’Henry Miller di Incubo ad aria condizionata, per non dire del filosofo tedesco Oswald Spengler con le sue categorie oppositive di Kultur e Zivilisation.
Evidente che la differenza specifica, dai padri tutelari delle lettere australiane Henry Lawson e A.B. Banjo Paterson, al poeta contemporaneo e nobel papabile Les Murray (scoperto in Italia da Giano Editore e con un titolo all’attivo anche presso Adelphi) a Tim Winton, è assoluta. Così la natura, la wilderness, che gli inglesi trovarono nell’outback australiano, assume qui i connotati del bush (parola intraducibile che indica l’ambiente selvaggio in contrapposizione a quello civilizzato e urbano) e degli aborigeni, in contrapposizione allo stile di vita ultra moderno della civiltà metropolitana di Sydney, Melbourne, Canberra.
Tim Winton, per esempio, nel suo recente Dirt music (Fazi Editore, pagg. 407, euro 16,50), enfatizza e attualizza tutto quel retroterra nella storia di Georgie Jutland che, pur non essendo sposata con un anemico «borghese» (tanto per restare alla terminologia oggi desueta di un Lawrence), ne ha abbastanza di una vita familiare piatta e routinaria annichilita da vodka e Internet e sceglie il salto nel buio di un futuro improbabile, ma carico di passione, con il pescatore di frodo Luther Fox che la porterà ai confini dell’universo dove vivono aborigeni «dalle radici spirituali ancora vive». Una «riabilitazione», questa degli aborigeni, che ricorda un po’ quella americana nei confronti degli indiani d’America, meno tardiva forse, ma nient’affatto compiuta, e che ha, fra le sue conseguenze felici, la pubblicazione anche in Italia di un’autrice di origini aborigene. Si tratta di Doris Pilkington (nome nativo Nugi Garimara) di cui è uscito Barriera per conigli (Giano Editore, pagg. 186, euro 14,00), storia vera della più recente e pesante vergogna australiana che racconta la fuga di tre ragazzine dal campo di rieducazione dove venivano segregati i figli dei matrimoni misti. Poi ci sono gli «esuli» illustri che hanno abbandonato l’Australia, come Peter Carey (La ballata di Ned Kelly, Frassinelli 2002, e Estasi, Frassinelli, 2003) e Shirley Hazzard (Il grande fuoco, Einaudi, 2005) che ora vivono a New York e i cui libri, specie per la seconda, risentono più marcatamente del loro vissuto cosmopolita; o come lo spiantato Gregory David Roberts dal passato «stupefacente» (in ogni senso), anarchico, delinquente, wanted dead or alive, trasferitosi a Bombay per poi tornare a scontare la pena in patria; di Roberts uscirà per Neri Pozza Shantaram, mille pagine di autobiografia off limits che diverranno un film con Johnny Depp protagonista.
Insomma, come si vede c’è dell’altro nella nuova scrittura australiana, e ce lo conferma, per primo, il varesino Tiziano Gianotti (Giano Editore) che, fra gli altri titoli, ha pubblicato La marea delle quadrature di Dorothy Hewett, autrice dai trascorsi di impegno politico-civile nella sinistra radicale australiana «che pure si discosta, con la sua irriverenza, dal conformismo di tanti autori ideologici delle nostre latitudini. Ciò che caratterizza gran parte dei nuovi autori australiani - continua Gianotti - è che cercano di uscire dal luogo comune di una letteratura post-coloniale tenendo le distanze dalle sirene e dalle mode della letteratura post-moderna, soprattutto americana; questa infatti è il prodotto delle metropoli, mentre un poeta come Les Murray si definisce un autore contadino, beota del bush che immagina una repubblica vernacolare».
Per chi volesse approfondire, anche andando un po’ indietro negli anni, segnaliamo che l’ambasciata australiana ha recentemente donato la propria biblioteca all’Università degli Studi di Bologna. «Si è optato per Bologna perché c’è molto interesse per la nostra letteratura ma anche perché Bologna è in centro Italia - ci ha confidato Clelia March, responsabile cultura dell’ambasciata - e pertanto è in una posizione strategica».
Altro che i canguri dell’immaginario. Qui c’è ancora molto da scavare e da scoprire, in tanta attrazione per la cultura aborigena e per una natura perseguita senza estremismi. Anche se può capitare di sentire cose assurde come quando, l’anno scorso, venne condannato a morte uno squalo per aver sbranato un giovane surfer. Beh, gli scrittori si opposero...
lorenzo.scandroglio@tin.it

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