«Per scrivere ho bisogno di eroi e di spiritualità»

Intervista con l’autore reso famoso da «Due di due» e che adesso racconta le vicende di un magnetico guru

Andrea De Carlo ha una personalità esuberante. È l’antitesi dell’intellettuale goffo e malevolo. Non ha il sopracciglio corrugato, il labbro consapevole, le tempie fra le dita. È uno che da quasi trent’anni si diverte a fare lo scrittore senza la pesantezza di chi ne recita la parte. Per questo è molto invidiato.
Anche perché a cinquantasei anni ha la vitalità e l’entusiasmo di un ragazzo, laddove molti suoi colleghi narratori italici appaiono senili intorno ai trentacinque. E siamo al quindicesimo libro, in uscita oggi e intitolato Durante (Bompiani, pagg. 440, euro 18). De Carlo scivola a suo agio tra gli ingranaggi del meccanismo promozionale e si fatica a immaginarselo così come dev’essere quando si estrania dalla città per mesi, sulle colline delle Marche, e nemmeno risponde al telefono. Il libro, dicevamo: Durante è il nome del protagonista, una specie di cavaliere solitario che si presenta all’improvviso alla porta di Pietro, il narratore. Siamo nell’Appennino orientale. Pietro vive con la compagna Astrid, lavorano come artigiani tessitori e hanno una vita sociale limitata. Ma tutti gli equilibri della piccola comunità saltano all’arrivo dello sconosciuto, che emana una forza spirituale magnetica. Sarà un messia o un cialtrone? Se lo chiede anche il lettore, fino alle ultime pagine. «Quando scrivo ho bisogno di avere una specie di “eroe”, un carattere che a me stesso piaccia e dia suggestioni», spiega l’autore. «Non riuscirei ad avere un protagonista ordinario. Ci sono scrittori che si compiacciono nell’indulgere nella mediocrità di un personaggio. Una storia io la sento vibrante quando ho un personaggio che mi piace. Lo dico anche come lettore».
Un’altra tematica ricorrente è quella ecologica, la natura, il tentativo di fuga dalla civiltà. Quanto c’è del suo vissuto?
«Io scrivo di cose che conosco direttamente. Dal mio punto di vista la letteratura è quella che ha a che fare con la vita di chi la scrive. Non mi interessa lo sfoggio di capacità tecniche, ma l’autenticità. I temi sono quelli che mi coinvolgono e i luoghi quelli che conosco meglio perché ci vivo. E poi ci sono le mie passioni, come i cavalli».
Sta dicendo che sa anche tessere al telaio?
«No, ma ho due vicini che fanno questo lavoro. L’idea mi era nata dal vederli lavorare, mi affascinavano i gesti».
Ancora una volta usa uno stile marcato, ripetizioni percussive, quasi ossessive, di certe espressioni. Vuole sottolineare il suo marchio di fabbrica? Certi critici la trovano ripetitivo...
«Per me le iterazioni hanno la funzione di scansione ritmica, danno il polso dell’andamento di un dialogo. In realtà di libro in libro cerco di adattare lo stile alla storia. Nel libro precedente avevo tentato soluzioni più tradizionali, ma poi ho capito che questo linguaggio mi corrisponde di più».
Che senso ha continuare a scrivere libri in un mondo dove l’editoria spara più cartucce di quelle che possono arrivare a bersaglio, e dove la comunicazione passa per canali innumerevoli, la Rete, i video, e così via?
«I romanzi non hanno una funzione sostituibile da altre forme. Quando ho pubblicato il primo (1981) mi ricordo che da decenni c’era scetticismo sulla funzione del romanzo. Quasi un’intera generazione di scrittori era stata azzerata. Invece io credo che un rapporto che ha una persona con un libro sia insostituibile perché tocca aree del cervello che non sono interessate da altri linguaggi. E poi i romanzi devono poter raccontare il mondo che cambia. Infine, un romanzo è frutto di una riflessione lunga, della decantazione personale dell’autore. Cose che, nell’immediatezza di Internet, si perdono. Però è vero che ci sono troppi romanzi nelle librerie, o comunque troppi libri».
Lei non ha molti contatti con altri scrittori, né con i critici. Perché?
«Non mi piacciono i salotti letterari. Le persone che frequento non fanno il mio lavoro. Spesso la sensazione che ho leggendo le pagine letterarie dei giornali è che si vada a scavare in questioni irrilevanti. Siamo ancora alla polemica del Gruppo ’63 o di quello che era successo a Bassani... Non mi dà un senso di vitalità e non m’interessa».
Lei ha fatto molti viaggi intorno al mondo, anche impegnativi, però ne racconta poco; perché?
«Non ho mai avuto un nesso diretto o strumentale. Non ho mai fatto un viaggio per scrivere un libro, come certi scrittori americani. A me i viaggi non sono riaffiorati in forma di romanzo. Magari mi hanno creato suggestioni di altro genere. Però un’esperienza può tornare alla coscienza anche a distanza di vent’anni...».
Il viaggio più indimenticabile?
«Il primo negli Stati Uniti. Avevo l’idea di non tornare».
Di quello ne ha scritto, però, in Treno di panna, il suo primo libro...
«Sì, è vero. Ma di quelli successivi, in Australia, no. E nemmeno di un altro, in Jugoslavia durante la guerra civile. Un mese denso di avventure e di significati, e anche pericoloso».
E la storia di Yucatan, il viaggio in Messico con Federico Fellini?
«Inquietante. Fellini era rimasto molto turbato. C’era una scia di disagio. Nel libro non ho raccontato tutta la storia vera, proprio per la perplessità».
Che cosa è successo?
«Siamo andati alla ricerca di Carlos Castaneda. Ma non capivamo chi ci fosse dietro, chi eventualmente fosse in rivalità con lui. Ricevevamo segnali contraddittori, di un esoterismo non decifrabile».
Lo avete incontrato, Castaneda?
«Sì, per due o tre giorni. Poi è sparito dopo aver ricevuto minacce. Sosteneva di essere inseguito. In realtà poi è scomparso per sempre, nessuno lo ha più incontrato. Lo stesso Fellini aveva dei dubbi che fosse veramente lui. Si diceva perfino che non esistesse, che fosse solo un nome dietro cui si nascondevano altri».
Tornando al mondo letterario. Che cosa pensa dei premi?
«Non partecipo a nessun premio. Non credo che si possa misurare in modo oggettivo la qualità di un romanzo. Poi m’infastidisce sapere come questi premi vengono assegnati, cioè il meccanismo delle lobby editoriali, e l’inganno verso i lettori, i quali pensano a una garanzia di qualità quando dietro c’è un gioco editoriale spietato».
E il suo premio Grinzane Cavour a Parigi?
«Un equivoco. Mi hanno inserito, ma io non avevo nessuna ragione per fare in Francia quello che non faccio in Italia. Quindi ho comunicato che non andavo. Non so neanche chi abbia vinto, alla fine».
Terrà duro anche sulle riduzioni cinematografiche?
«Sì. Dopo l’esperienza di Treno di panna ho capito che un film è sempre un tradimento della soggettività della lettura, dell’immaginazione che questa comporta».
Nel suo ultimo libro predomina il tema della spiritualità. Che cos’è per lei, uomo di sinistra, la religione?
«Mah, di sinistra... Io mi considero progressista. Ma non mi sono mai riconosciuto in un gruppo politico e ho sempre detestato quella che era l’espressione guida della sinistra, il comunismo. Trovo che sia storicamente una delle forme più mostruose che si siano sviluppate nella storia dell’umanità, con conseguenze spaventose e decine di milioni di morti. Trovo agghiacciante che ci sia ancora oggi qualcuno che si definisce comunista. Quello della sinistra è un vestito che mi calza malamente».
Quanto alla religione?
«Sono cresciuto in una famiglia che non era religiosa, da ateo, perciò credo di avere un bisogno di ricerca spirituale che non mi avvicina alle religioni codificate, con le sovrastrutture che creano. La mia ricerca è molto personale, molto intima, e mi importa molto. Leggo di tutto sulle religioni. Per questo libro ho confrontato diverse versioni in inglese degli scritti attribuiti a Lao-tzu, che sono a fondamento del Taoismo. Ho scoperto tra l’altro che sono spesso discordanti. Perciò continuo a cercare».