La scuola? Catechismo di Stato

Conosciuto soprattutto per il più maturo L’amore e l’Occidente (pubblicato nel 1939), Denis de Rougemont all’età di ventitré anni scrisse un duro pamphlet contro la scuola di Stato, I misfatti dell’istruzione pubblica, che è opera di non comune qualità letteraria e che pure presenta un’acuta analisi delle nostre società statizzate. Curato per l’Istituto Bruno Leoni da Alberto Mingardi e pubblicato da Rubbettino con un’ottima prefazione di Bruno Bordignon (pagg. 103, euro 12), questo volume nasce dalla volontà di vendicarsi per le ore di noia e sofferenza trascorse sui banchi. La riflessione muove dalla constatazione che il sistema educativo opera spesso come un marchingegno anonimo, che si propone di uniformare i giovani affinché rispondano a ben precisi criteri.
È questa riflessione che gli permette di rilevare come la scuola di Stato sia coessenziale alla democrazia: l’uguaglianza dei cittadini-elettori esige un’educazione obbligatoria ed uniforme, che magari aiuti anche i più deboli a migliorare, ma che soprattutto spenga ogni ambizione ed eccellenza nei più dotati. Per questo motivo de Rougemont ha parole tanto dure contro i pomeriggi passati a ripetere concetti già ampiamente acquisiti. La pena delle lunghe lezioni, assimilate alle visite dal dentista, è però l’effetto inevitabile di un programma politico preciso, dato che la cancellazione delle eccellenze è necessaria al progetto che vuole realizzare una società di eguali.
Riflettere sulla scuola di Stato significa riflettere quindi sulla democrazia come orizzonte potenzialmente totalitario. Perché se è certamente vero che sono molti gli autori che hanno collegato la violenza politica novecentesca e l’ingresso delle masse nella storia, de Rougemont ci aiuta a cogliere come il monopolio scolastico abbia giocato un ruolo fondamentale nella cancellazione di ogni scrupolo e moralità. Egli evidenzia come tutti i difensori del sistema attuale sottolineino che «la scuola elementare deve essere una scuola di Democrazia. Essi insistono sul fatto che le lezioni di educazione civica sono insufficienti a formare il piccolo cittadino: bisogna che l’insegnamento tutto intero sia occasione per sviluppare le virtù sociali dell’allievo». La conclusione è che «la scuola, nella sua forma attuale, adempie sufficientemente al suo ruolo politico e sociale, che è quello di fabbricare elettori».
Il saggista di Neuchâtel comprende pure che quella dello Stato democratico è un’autentica religione, la quale - per sopravvivere - ha bisogno d’imporre universalmente il proprio catechismo. Ma egli cosa contrappone, in positivo, a tutto ciò? Questo scritto del 1929 è sostanzialmente un libello brillante: più votato a distruggere che a costruire. Ma sono ugualmente assai significative le ultime righe del proscritto del 1972, nel quale elogia il comportamento della Corte suprema americana, che - chiamata a decidere sulla condanna di alcuni amish - diede loro ragione. Egli riporta le parole dei giudici, che sottolineano come non si ricordi di membri di questa confessione religiosa chiamati in tribunale per reati diversi dall’evasione scolastica. C’è quindi da ritenere, questa è la conclusione dei magistrati, che si possa apprezzare un metodo educativo che produce simili risultati.
Le critiche indirizzate alla scuola pubblica hanno quindi l’obiettivo di proteggere quanto più è possibile la libertà dei singoli e delle piccole comunità, in nome di una prospettiva che valorizza la diversità: nella convinzione che la vita sociale vada tutelata da ogni pretesa d’irreggimentarla entro rigidi schemi e categorie.