La scuola «democratica» che vuole il Professore

Carissimo Granzotto, mi è sembrato ingiusto da parte sua prendersela - come ha fatto sabato 13 maggio - con gli insegnanti di scuola che insegnano «aria fritta». La nostra scuola è principalmente pubblica, cioè di Stato; e alle direttive dello Stato, cioè dei governi del momento, deve adeguarsi. Cosa che deve fare anche quella privata, se vuole essere «parificata». In questi 5 anni la direttiva è stata: si insegni la fisica nei corsi di fisica, la storia in quelli di storia, e via discorrendo. Nei 5 anni ancora precedenti la direttiva è stata la stessa espressa a pag. 228 del verboso programma dell’Unione: «La progettualità e l’innovazione che vengono dal territorio sono risorse preziose, cui dovremo dare spazio, accogliendo il dibattito culturale e le sperimentazioni coraggiose». Affermazione che ebbi l’occasione di decriptare laconicamente avvertendo che «ciò significa che nelle scuole si riprenderà a insegnare aria fritta in abbondanza»: non ha idea di quanto mi conforta la nostra consonanza di giudizio. Ma, tornando agli insegnanti, cosa si aspetta da costoro se, per direttiva ministeriale, l’aria fritta, soprattutto se viene «dal territorio», è considerata «risorsa preziosa sperimentazione coraggiosa» e si garantisce «spazio» solo a chi vi si adegua? Ha idea della difficile vita che patirebbe - a opera di pochi ma rumorosi colleghi - quell’insegnante di storia o di fisica che si ostinasse a insegnare la storia o la fisica? E, se tra quei colleghi ci fosse anche il preside, comprende bene che la vita (a scuola, naturalmente) di quel poveraccio sarebbe più finita che difficile. E allora, caro Granzotto, a proposito di aria fritta, vogliamo dare a Cesare quel che è di Cesare?


Al tempo, caro Battaglia: non con gli insegnanti me la prendevo, ma con le così dette alte sfere, con certi Direttori generali del ministero della Istruzione, Università e Ricerca, fra i maggiori produttori mondiali di aria fritta. Quella che poi gli insegnanti rifriggono a piacimento vigendo lo stolto principio – oh quanto caro ai testa quedra di governo – della libertà d’insegnamento. La scuola «democratica»! Altra giuggiola progressista, con la sua interattività, i suoi temi «sensibili», il rifiuto, macché rifiuto, la condanna della gerarchia, la discussione permanente, l’egualitarismo anche nel profitto, il livellamento e la parificazione dei membri – professori, studenti, babbi e trepidanti mamme dei suddetti - della comunità educativa. È ovvio che con questi chiari di luna cocciutamente sessantotteschi il docente di matematica che intenda insegnare matematica se la passa male. Ma se è tosto – e per fortuna ce ne sono, di tosti – brandendo come un’arma proprio il principio della libertà di insegnamento terrà lezione sul teorema di Pitagora, non sulla «antropologia della diversità», come vivamente consigliato dall’Indire, l’Istituto per l’innovazione educativa.
Siamo alle solite, caro Battaglia: il pesce puzza dalla testa, ma se è fresco lo si capisce sempre da lì. Sul fatto che un solo provveditore di sinistra abbia modo di ridurre all'impotenza cento presidi per bene, non ci piove. Ma è vero altresì che ove non abbandonato a se stesso un solo preside, uno solo, è in grado di metter sull’attenti cento descamisados insegnanti di sinistra. Certo, col governo del borioso Prodi ora sarà un trionfo di «àmbiti disciplinari riconducibili agli obiettivi trasversali», di «didattica laboratoriale», di «dispositivi di apprendimento transdisciplinari». Ma ha da passà ‘a nuttata. E passerà prima di quanto si illuda testa quedra.
Paolo Granzotto