«Scuola e lavoro da riformare»

Il problema della disoccupazione giovanile va affrontato dalla scuola, ridando dignità agli studi tecnici, e ripensando l’apprendistato dotandolo di una vera impronta formativa. A dirlo è Stefano Colli Lanzi, numero uno Gi Group, l’azienda di lavoro temporaneo da lui fondata nel ’98 e che quest’anno fatturerà 1,2 miliardi di euro in venti Paesi nel mondo.
Dottor Colli Lanzi, quali sono i correttivi più urgenti da apportare al sistema scuola-lavoro?
«Il problema nasce dal fatto che la scuola è autoreferenziale come tutta la pubblica amministrazione, dove tende a essere anticipato il tema del posto di lavoro rispetto ai servizi al cittadino. A questo si sommano problemi culturali derivanti da decenni in cui il lavoro manuale era di ritenuto di “serie B“ così come la scuola professionale, che quindi finisce con l’attrarre studenti meno motivati. Questa situazione sta moltiplicando i casi dei cosiddetti “Neet“, dei giovani che si perdono per strada. In Germania per esempio tutti i percorsi scolastici hanno pari dignità, valorizzano i talenti dei singoli offrendo a ciascuno la possibilità di crescere fino all’università. Questa soluzione consente di evitare la spaccatura tra chi vuole studiare e chi non vuole farlo, suddividendo invece gli studenti tra un percorso più tecnico o più intellettuale. Bisogna dare uguale dignità a tutti i percorsi, così avremo ragazzi dotati che vanno al liceo e altri agli istituti tecnici. Senza contare che l’attuale scarsa flessibilità in uscita frena le imprese a investire seriamente sui giovani».
Che cosa direbbe a un ragazzo per aiutarlo a comprendere che non sempre la formazione universitaria è socialmente più prestigiosa di un lavoro manuale?
«Quando incontro le famiglie, ribadisco che ogni ragazzo deve sviluppare i propri talenti, deve partire da se stesso. Ognuno di noi contribuisce al bene di tutti non facendo una cosa particolare ma facendola bene, basta vedere quante persone vengono riconosciute dalla società perché cucinano bene, eppure si tratta di un lavoro manuale. La fatica non deve essere un’obiezione, visto che al contrario è necessaria per fare qualche cosa di buono. Devono evolvere sia il sistema sia la mentalità dei singoli. È poi centrale l’orientamento e Gi Group è molto impegnata su questo fronte nelle scuole superiori. Ma nessuno ci supporta, al contrario sono stati sprecati tanti fondi europei, senza cogliere la strategicità dell’orientamento. In Lombardia ci sono corsi triennali professionali molto validi, ad esempio per insegnare ai ragazzi a diventare pasticcieri, ma si tratta di iniziative ancora poco conosciute».
Come si può rendere l’apprendistato più efficace per il futuro impiego?
«La revisione della norma dell’apprendistato è stato un passo avanti ma è una misura ancora insufficiente, perché in sostanza si tratta di un contratto di inserimento ma non realmente formativo. Questo comporta inoltre un tasso di abbandono elevato, che invece non si registra in Germania, dove un apprendista guadagna solo il 30% del minimo contrattuale, contro l’80% garantito in Italia, ma si cresce dal punto di vista professionale».
Che cosa chiede alle istituzioni?
«Le leggi sul lavoro devono essere chiare, se non si dà certezza di diritto si fa solo il gioco dei giudici e si spaventano gli investitori. Le istituzioni dovrebbero poi fissare poche e chiare norme e farle rispettare, altrimenti è difficile creare condizioni di mercato credibili».
Oggi il mercato del lavoro è poco flessibile in uscita, a tutto danno dei giovani. Come risponderebbe alle difficoltà dei «precari a vita»?
«Occorre spingere sia i ragazzi sia le imprese a investire sul medio-lungo termine. I contratti a 2-3 mesi non aiutano nessuno, ma in Italia assumere un giovane a lungo termine significa l’impossibilità a rompere il contratto. Se l’assunzione a tempo indeterminato rende la persona inamovibile, l’azienda è indotta a trovare forme alternative. Il professor Pietro Ichino sta facendo proposte molto interessanti, dove si prevede un prezzo per rescindere il contratto, non deve essere conveniente farlo ma deve essere possibile. Spero che l’Europa ci spinga a fare quello che da soli in Italia non abbiamo il coraggio di attuare. Occorre poi un patto generazionale, è un segno di inciviltà che la generazione precedente lasci un contesto peggiore di quello che hanno trovato».