Ma la scuola è un miraggio per i bimbi dei campi rom

Come si vive nelle vicinanze di un campo nomadi? Ecco la testimonianza di come vanno le cose in via di Villa Troili, XVI Municipio. Un insediamento di oltre trecento rom, salito più volte agli onori delle cronache: gabbie con pollame importato illegalmente dalla Romania in piena emergenza aviaria, segnalazioni della Asl, un cimitero di auto rubate dietro le roulotte. E un’impennata delle denunce per furti e scippi. A parlare è una volontaria, più volte entrata nel campo, Luciana De Benedittis, segretaria del comitato di quartiere Vignaccia Aldobrandeschi. A maggio ha costretto il sindaco Veltroni a sgomberare le baracche di clandestini spuntate come funghi attorno all’insediamento. Oggi rievoca con toni amari la sua esperienza. «All’inizio, nel 2001, quando sono arrivati i primi 156 nomadi da Tor Carbone, siamo stati in molti a cercare di aiutarli. C’era il parroco, qualcuno portava loro da mangiare. Io avevo fatto volontariato con i barboni e i malati mentali. Appena ho capito la situazione, mi sono precipitata. C’era una mezza rivoluzione nella zona, i rom erano arrivati all’improvviso, di sera, in pieno agosto. La gente non li voleva».
Cosa è successo la prima volta che è entrata nel campo?
«Pensavo di poter ascoltare tutti, non mi rendevo conto di ciò che avrei trovato. Tra loro c’era già qualcuno con l’obbligo di firma. Dicevano che i nomadi avrebbero fabbricato i mattoni, tutti si riempivano la bocca con la parola integrazione. Anche a livello igienico, tante promesse, ma poi... tutte balle».
E i bambini? Andavano a scuola?
«Il primo anno sì, li portava il pulmino dell’Arci. A Villa Troili hanno avuto luce, acqua gratis, anche i container. Ma per i minori dopo il primo anno, le cose sono cambiate. C’è un capofamiglia che ha cinque figli, molto bravo, è forse l’unico che continua a mandarli a scuola. Gli altri li portano a mendicare».
Quanti bambini vivono a Villa Troili?
«Difficile calcolarlo. C’è un’alta percentuale di bimbi piccolissimi. E cominciano a elemosinare fin dalla tenera età. Sulla metro incontro spesso un minore del campo di 4 anni, che suona la pianola elettrica».
Le nomadi più grandi raccontano mai qualcosa?
«È difficile, le minacciano, una diceva che voleva andare via».
A Villa Troili all’Arci è subentrata l’Opera Nomadi. È cambiato qualcosa?
«Loro dicono di sì. Ieri sono passata davanti all’insediamento, c’era un odore nauseabondo. Dentro come sempre galline in libertà, sporcizia, topi. Le donne salgono sui bus con i passeggini aperti, i ragazzi importunano i passeggeri, insultano il conducente. Gli uomini restano nel campo a vegetare, ad aspettare che le donne tornino».
È forse diventata razzista?
«Non lo so, ero partita per difenderli. Ma oggi dai nomadi devo difendermi io, soprattutto per l’aspetto igienico-sanitario. Ha idea delle condizioni in cui viaggiamo con loro sugli autobus?»