«Sdoganare» Eliade? Grazie, non c’è bisogno

Ci sono parole che subiscono un ben strano destino. Prendiamo il termine sdoganare. In un buon vocabolario (lettura che temo sia del tutto passata di moda, ovvero nessuno più consideri trendy e glamour) si legge la seguente definizione: «levar di dogana le mercanzie, pagando il dovuto dazio». Oggi invece sdoganare vuol dire nel gergo della cronaca culturale che uno scrittore (ma anche un regista, un giornalista, un cantante) considerato di destra, reazionario, infido, indegno, all'improvviso viene redento e benedetto da qualche mezzo guru della stampa sedicente di sinistra. Da allora quell'autore godrà di stima e rispetto.
Io stimo e rispetto un autore per quello che produce e per la sua visione del mondo. Non mi chiedo in che parte del Parlamento italiano di siederebbe. Anche perché i problemi capitali dell'umanità oggi sfiorano appena quella non illustre sede.
Ma certi hanno un bisogno modaiolo, mondano, da chiacchieroni e faccendieri, di mettere etichette, prendono quella facile di destra/sinistra e con essa timbrano le mercanzie (culturali). E così le levano di dogana. Naturalmente si dimenticano di pagare qualunque dazio.
A quanti sdoganamenti abbiamo assistito. In tutti i campi. Ma quello di Mircea Eliade no, quello è troppo. Mircea Eliade è un gigante, mica uno del giro di Nuovi Argomenti. È un maestro che qualcuno di noi scoperse negli anni Settanta, e se ne vide cambiata la vita. La fenomenologia del sacro che Eliade mette in scena è un poderoso strumento per interpretare il mondo, oggi che il sacro e il religioso vi hanno fatto un ritorno che condiziona storia, economia, politica dell'Occidente e dell'Oriente. Credevo che per lo sdoganatore eccellente di Eliade, il critico romano Emanuele Trevi, il sacro fosse da liquidare come New Age. Mi compiaccio che non sia così. Ma il dazio? Trevi lo ha dimenticato, anche lui?
Allora proviamo a immaginare che dazio dovrebbe pagare chi rivaluta Eliade soltanto oggi. Primo: ammettere di non aver capito niente per decenni del rapporto tra il mito, il sacro e la storia. Secondo: ammettere di non aver capito niente per decenni del bisogno dell'Occidente di abbeverarsi alle fonti del sapere orientale. Terzo: ammettere di non aver capito niente per decenni della crisi del modello interpretativo freudiano, su cui si è fondato, mescolandolo col marxismo, tanto superato Novecento. E si potrebbe continuare. Ma dazi così la gente preferisce ignorarli. Richiederebbero di fare sul serio, di tormentarsi.
Trevi invece è un critico fico, trendy, glamour, almeno così me lo ricordo un giorno che l'ho visto a Capri, e preferirà sicuramente restarlo, e sdoganare come gli pare (tanto non frega niente quasi a nessuno).