Se le basi della Repubblica affondano nell’argilla

«Calunniate, calunniate, qualcosa sempre resterà». Altro che qualcosa! Nella passata legislatura gli alti papaveri del centrosinistra, Romano Prodi in testa, si sono affidati a questa riprovevole massima fino alla vittoria finale. Della riforma costituzionale della Casa delle libertà per un quinquennio hanno detto peste e corna. E con tale accanimento da coprirsi di ridicolo. Nell’uno e nell’altro ramo del Parlamento, pensate, hanno avuto l’impudenza di votare contro articoli analoghi ai loro emendamenti. E sono riusciti a fare perfino di peggio. Quando in passato avanzarono proposte sostanzialmente analoghe a quelle del centrodestra, le considerarono sempre degne del massimo plauso. Quando invece fu la coalizione guidata da Berlusconi a farsene promotrice, non andavano più bene. Nella migliore delle ipotesi, gridarono al pasticcio. Senza dare la benché minima spiegazione. Fatto sta che il referendum dette loro ragione.
Ora che il centrosinistra è tornato per il rotto della cuffia al potere, le riforme costituzionali sono considerate di nuovo cosa buona e saggia. Com’è noto, i sistemi elettorali sono disciplinati da leggi ordinarie. Perciò per la loro revisione non occorre passare sotto le forche caudine dell’articolo 138 della Costituzione. Non occorre, insomma, che ciascuna Camera deliberi due volte e che la seconda deliberazione sia adottata con una maggioranza qualificata: o quella assoluta o quella dei due terzi dei componenti. Un quorum, quest’ultimo, che non permette il referendum confermativo. Il guaio è che tutto è a posto e nulla in ordine. C’è chi vuole il voto dei diciottenni anche per l’elezione del Senato, chi una norma antiribaltone, chi altro ancora. Cose per le quali è necessaria una legge costituzionale che comporta tempi lunghi per la maggior gloria, si fa per dire, del governo. Che a sua volta ripropone pari pari ricette costituzionali del centrodestra come la riduzione del numero dei parlamentari, una correzione dei rapporti tra Stato e regioni, un Senato federale.
Orbene, la presidentessa del Comitato per la libertà nella Costituzione, Laura Lodigiani, ha un sogno nel cassetto. Come la goccia, ha scavato la pietra. E ha incoraggiato l’iniziativa legislativa dei deputati radicali della Rosa nel pugno, prima firmataria Donatella Poretti, volta a relegare in soffitta il decrepito articolo 1 della Costituzione per sostituirlo con il seguente: «La Repubblica democratica italiana è uno Stato di diritto fondato sulla libertà e sul rispetto della persona». Ma perché il vigente articolo uno è decrepito? Per il semplice motivo che fu uno dei tanti compromessi tra Dc e Pci. Quest’ultimo avrebbe voluto che la Repubblica uscita vincente dal referendum del 2 giugno 1946 si fondasse sui lavoratori, secondo una concezione classista tipica delle democrazie popolari dell’Est europeo. Il repubblicano Ugo La Malfa propose che la Repubblica avesse a fondamento i diritti di libertà e lavoro. Batti e ribatti, prevalse la mediazione di Amintore Fanfani. Avemmo così una Repubblica fondata per caso sul lavoro e perciò dai piedi d’argilla. A lume di logica, questi benedetti radicali sono duri di comprendonio. Hanno idee liberali e si sono buttati a sinistra come Totò. Presentano una sacrosanta riforma costituzionale e non si rendono conto che questa legislatura chiuderà presto i battenti. Se ne riparlerà, vedrete, quando Berlusconi tornerà a vincere.
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