Se gli enti pubblici non pagano i loro (piccoli) fornitori

Caro direttore,
alla chiara e sintetica lettera del signor Pietro Brunori che puntualizza il più grave problema che affligge le microimprese italiane, e cioè la prassi di non rispettare i termini di pagamento, in ciò aiutate dalla lentezza e cronica inefficienza della giustizia, vorrei aggiungere un’altra osservazione che giustifica il mio scetticismo sulla possibilità che una legge possa far cessare la brutta abitudine tutta italiana, ripeto. Il fatto che vorrei segnalare è che il primo cliente che sfrutta questa abitudine è proprio lo Stato. Attualmente, è da settembre scorso che quasi tutti gli enti pubblici, con la scusa dei «patti di stabilità» hanno sospeso ogni pagamento. Ma come? Ma non sapevano forse dell’esistenza di questo vincolo quando hanno commissionato il lavoro? Ma non hanno ricevuto le fatture e registrato la spesa in bilancio e quindi già sforato il patto? No, perché loro registrano il debito solo se decidono di pagarci; cioè per loro i debiti sono «optional». Noi abbiamo già pagato l’Iva nel frattempo! Quindi sperare che sia il ladro a fare una legge contro i furti è pura utopia! Del resto una legge ad hoc è già stata fatta quando si è stabilito che le imprese artigiane hanno diritto, anzi il dovere, di chiedere gli interessi di mora al debitore. Ma chi ha provato a chiederne l’applicazione si è visto, quasi sempre, poi escluso dalle liste dei fornitori graditi. Spero quindi che il nostro Giornale continui ad evidenziare questo male italico con la consueta incisività, specialmente ora che dobbiamo superare questa crisi devastante.

Gli enti pubblici e in particolare gli enti locali, come tutti, stanno tirando la cinghia. E questo, a mio parere, è un bene, perché troppi sprechi si sono nascosti in tutti questi anni dietro l’impunità dello sportello. Ricorda, caro Michelangelo, tutte le inchieste e le denunce del «Giornale»? Ricorda gli assessori regionali a zonzo per il mondo, le feste del cardellino innamorato, i finanziamenti a pioggia alle associazioni più assurde? Ecco: se la crisi fosse un’occasione per fare pulizia in questa montagna di spese inutili, sarebbe un altro motivo per considerarla anche un’opportunità, oltre che un vero problema. Se invece vengono mantenute quelle laute elargizioni, se non vengono toccati i benefit degli assessori, se non si incide sulle prebende assortite e si preferisce massacrare i piccoli imprenditori che fanno da fornitori, come tante lettere in questi mesi ci stanno testimoniando, beh, allora bisogna intervenire. Perché, come dicevamo, occorre fare molta attenzione: si tratta di far tirare la cinghia a tutti, senza far tirare le cuoia a nessuno. In particolare non alle piccole imprese che da sempre tengono in piedi questo Paese. Sono d’accordo con lei: le leggi servono a poco, soprattutto se non vengono applicate. Però qualche intervento può migliorare la situazione. Per esempio: la scelta del governo di istituire (finalmente!) l’Iva per cassa, cioè il pagamento dell’imposta al momento dell’effettiva riscossione anziché al momento dell’emissione della fattura, è già un piccolo passo nella direzione giusta. Se lo Stato non paga, per lo meno non incassa l’imposta. Non basta, si capisce. Ma almeno ci fa sperare che le nostre denunce a favore delle piccole imprese non solo possono continuare. Ma forse, finalmente, hanno la possibilità di non cadere nel vuoto.