Se il grembiule è più importante dell’educazione

Marcello D’Orta

Qualcuno, in Francia, vuole rimettere il grembiule agli studenti, ed ecco che le masse popolari, già in fermento per gli scarsi risultati della nazionale di calcio (la qualificazione agli ottavi sarebbe giunta dopo grande tribolazione) corrono alla Bastiglia per liberare i prigionieri, ma non trovando né la Bastiglia né i prigionieri, se ne tornano delusi a casa «come un branco di segugi, dopo aver inseguita invano una lepre (...), co’ musi bassi, e con le code ciondoloni» (I Promessi sposi, cap. XI).
Questo «qualcuno» è François Bayrou, presidente del partito Udf, e la sua proposta è appoggiata dagli esponenti del centrodestra, e dal ministro dell’Istruzione Gilles de Robien, preoccupato dalla corsa sfrenata degli studenti all’acquisto di capi d’abbigliamento costosi. Ma non è solo una questione di business vestiario, per così dire. La divisa scolastica, oltre a coprire le nudità galliche di migliaia di ragazzine (definite, con qualche azzardo - bisogna ammetterlo - lolite) fungerebbe da «antidoto all’ostentazione di simboli religiosi». Insomma, all’ingresso di un edificio scolastico, non si distinguerebbe più il musulmano dal buddista, l’indù dal cristiano, il quacchero dal giudeo eccetera. Solo i testimoni di Geova sarebbero identificabili, per via dei loro inseparabili libretti. Sulla questione s’è pronunciato il Peep, la più importante organizzazione di genitori degli studenti, dichiarandosi nettamente contraria all'adozione del «burqa scolastico», al ripristino di una divisa fuori moda che farebbe tornare indietro di decenni il Paese. Come finirà? Non lo so, ma voglio riportare quanto accaduto un paio di settimane fa in una scuola di Vicenza. Uno scolaro di 13 anni è stato costretto da un gruppo di compagni a sfilarsi la felpa e mostrare l’etichetta riportante la marca, che a quanto pare non era delle più note, anzi era proprio sconosciuta. Dagli sfottò alle intimidazioni, e dalle intimidazioni alle vie di fatto: il ragazzo è stato picchiato perché non vestiva alla moda. E affinché anche la mamma partecipasse alla punizione, è stata presa a pugni la sua automobile (suppongo un vecchio modello, tipo la mia «850»).
Quando alcuni anni fa, in un articolo apparso su un quotidiano napoletano, scrissi che era tempo di smetterla col consumismo griffato dei nostri studenti, proponendo, tra l’altro, la «riesumazione» del vecchio grembiule per i bambini delle elementari e delle medie, molti lettori mi diedero del fascista. Io assicurai che si sbagliavano, che nell’urna (sebbene turandomi il naso) votavo Democrazia Cristiana, ma loro niente: la nostalgia per il grembiule faceva di me, senza dubbio alcuno, un sostenitore del regime politico totalitario stabilito in Italia dal 1922 al 1943. Ancor oggi c’è chi la pensa così nei confronti di quanti vorrebbero evitare la discriminazione economica tra chi può e chi non può permettersi i capi alla moda, di quanti si battono perché tutti, a scuola, abbiano pari dignità (anche) «estetica». Così, quando nel 2001, l’assessore alla Pubblica Istruzione della Regione Sicilia, Fabio Granata (di An), con una circolare prescrisse il recupero della divisa scolastica per le elementari, apriti cielo! anzi apriti Celio, perché a momenti lo incarceravano.
La scuola - bisogna metterselo in testa una volta per tutte - non è un gioco, non è una passerella. Essa nasce non solo per insegnare determinate discipline, anche (soprattutto) per educare al rispetto di sé e degli altri. Ha delle regole che vanno rispettate. Non fosse che per abituare i ragazzi a quelle che fra non molto la società gli imporrà. Se le ragazze vogliono mostrare l’ombelico e i primi (o i secondi e terzi) peli del pube, lo facciano pure. L’Italia è piena di spiagge, e state pur certi che al bikini non preferiremo il grembiule.
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