Se ne è andato l’ultimo repubblichino

Carlo Mazzantini era già sessantenne quando riuscì a pubblicare, nel 1986, il suo romanzo più noto, A cercar la bella morte. Lo aveva fortemente voluto Giordano Bruno Guerri, allora direttore editoriale della Mondadori, dopo che il libro era stato rifiutato per anni da editori grandi e piccoli, tutti troppo allineati ai rigidi dettami della vulgata resistenziale per presentare la testimonianza narrativa di chi aveva militato nella Repubblica Sociale.
Una censura non nuova, che l’ortodossia ideologica dell’apparato culturale «democratico» aveva già efficacemente esercitato in altre circostanze. A Tiro al piccione, di Giose Rimanelli, e a Un banco di nebbia, di Giorgio Soavi, agli inizi degli anni Cinquanta era stato riservato lo stesso ostracismo: il primo, cancellato dal catalogo Einaudi dopo che Pavese ne aveva caldeggiato l’edizione; il secondo, privato del premio Hemingway in quanto - disse il giurato Fernanda Pivano - «romanzo fascista o comunque tale da esaltare le gesta di coloro che avevano \ fatto il servizio di leva nella Repubblica di Salò». E la stessa scomunica toccò anche a chi, del fronte partigiano, non aveva però idealizzato la lotta di liberazione: Fenoglio, tanto per citare un esempio illustre, venne accusato dalla critica marxista di aver fornito della Resistenza «una rappresentazione qualunquistica, tendenziosa e meschina».
Eppure A cercar la bella morte tutto era fuorché un libro apologetico sulla dolorosa avventura vissuta sotto le insegne della «parte sbagliata». Nessuna rivendicazione ex post vi compariva, né un desiderio di rancorosa nostalgia. Piuttosto, quelle pagine rappresentavano l’espressione autobiografica di una memoria senza retorica o recriminazione, di un’esperienza tragica il cui scotto bruciante segnò il vissuto di un’intera generazione ferita dalla guerra civile. Mazzantini riuscì infatti, meglio di ogni storico, a rendere con una prosa espressionistica cruda e di grande impatto il senso di smarrimento, di impotenza e frustrazione di quanti, giovani come lui, si ritrovarono di colpo privi di un riferimento e di un esempio morale, oltre che politico, creduto immortale e indiscutibile.
Lo sgomento e l’estraneità rispetto a un mondo capovolto dal 25 luglio, l’avvilito sconcerto dinanzi a quel collettivo e spettacolare cambiamento di casacca, avevano portato il suo alter ego, il protagonista del romanzo, a scegliere la via della ribellione, a opporsi alla catastrofe della conversione, dello sradicamento. Mentre i suoi compagni festeggiavano, Carlo cercava disperatamente di rimettere indietro le lancette della storia, fedele al passato, all’educazione che gli avevano impartito i padri, passati dalle adunate di Piazza Venezia alle affollate liste di iscritti dell’ultim’ora nelle liste antifasciste. Meglio affrontare un viaggio rabbioso e destinato alla sconfitta, meglio aggrapparsi alla lontana, istintiva speranza di non fare terra bruciata della propria adolescenza, della propria gioventù. Anche a costo di uscire fuori dalla storia e iniziare una lenta, angosciante discesa agli inferi.
I «giovani di Mussolini» descritti da Mazzantini volevano difendere l’onore, la patria tradita; qualcuno parlava di socializzazione, rimasticando l’ideologia del Mussolini redivivo agitatore repubblicano. Ma molti di essi avevano più paure che certezze, più domande che risposte: formavano una comunità viscerale e umana, pietosa ed eroica al tempo stesso, perché già condannata e priva della consolante tavolozza di valori che colorava la retorica ottimistica del partigiano combattente per la libertà. Invece, i repubblichini non erano che un esercito di «morti ammazzati e di eroi neri», che scontavano la pena della solitudine e dell’incomprensione.
In tempo di neorealismo, il paradigma della palingenesi e le ambizioni di riscatto rinfrancavano l’evangelica idealità dei combattenti della Resistenza. Negli antieroi di Mazzantini, il dolore schiacciava la possibilità di un recupero o di una salvezza. Erano «proscritti» come i giovani tedeschi all’indomani della sconfitta nella Grande Guerra, raccontati da Ernst von Salomon in quello che per i soldati di Salò divenne una specie di livre de chevet, dove rintracciare comunanze e suggestioni, anche se (o forse per questo) destinate fatalmente all’eclissi. Le ragioni della guerra quasi non li riguardavano più: «Noi ne siamo fuori. A noi non resta, non ci è stata lasciata che la nostra sorte individuale». Li riguardava invece il dramma di un conflitto insensato e fratricida, in cui gli altri - i nemici - non erano tutti canaglie, così come loro non erano tutti buoni. Oggi può sembrare scontato: non due decenni fa, quando la mentalità inquisitoria di una parte cospicua della cultura italiana si sentiva ancora mobilitata a una doverosa vigilanza contro tutto ciò che fosse in odore di eresia o attentasse alla purezza della «epopea» partigiana (il caso De Felice docet).
Mazzantini è stato il primo, nel campo letterario, a documentare la realtà dell’«armata degli adolescenti che pagò il conto della Storia», restituendo loro almeno la dignità della generosità e della buona fede. Senza più la manichea distinzione di eletti e reprobi, Bene e Male, «uomini e no», come sentenziava Vittorini, dimentico che tra i «non uomini» vi fossero anche giovani che erano cresciuti sui suoi libri e sui suoi articoli di scrittore fascista. Nel carnaio della guerra civile, Mazzantini disegnava invece solo il disordine, un caos violento e ingovernabile, il sanguinoso ritratto di una perdita della ragione, di un inutile strazio che nessuna propaganda di parte poteva risarcire.
Ai giovani di Salò, il destino deciso dagli uomini avrebbe decretato anche la rimozione del domani: una congiura del silenzio imposta dai vincitori, la negazione perfino del diritto alla memoria. E A cercar la bella morte, così come i successivi pamphlet (I balilla andarono a Salò e L’ultimo repubblichino), hanno avuto proprio questo merito epocale: arricchire veramente l’autobiografia della nazione, raccontando una controstoria, rivendicando l’esistenza anche di chi «ha detto no» e per questo ha visto cancellate una pagina di vita, la voce e l’identità, bollate per sempre da un marchio d’infamia.
E certo, se la storiografia, seppure ancora tra resistenze e ambiguità, ha cominciato a rileggere il passato, se nell’immaginario collettivo viene svelata - anche grazie a bestseller di successo - l’ipocrisia giustizialista che ha scaricato su quei giovani le responsabilità di vent’anni e più di storia collettiva, ciò dipende in gran misura dalle pagine di questo grande scrittore italiano, di questo eccezionale interprete del Novecento.