Se persino i musulmani criticano i minareti sul Reno

Indubbiamente ieri a Colonia si sono confrontate due idee antitetiche dell'Europa. Ma davvero sono in campo le forze della ragione e della tolleranza contro i demoni della xenofobia e del razzismo? Il via libera definitivo del consiglio comunale alla costruzione di una grande moschea (finanziata dall'organizzazione turco-islamica Ditib), con l'imprevista alleanza tra le sinistre e il sindaco democristiano (in contrasto con il proprio stesso partito) ha riaperto una polemica che dura da 6 anni. Dalle dimensioni imponenti della moschea (con due minareti alti 55 metri), il dibattito si è presto ampliato a questioni ben più vaste: l'immigrazione, i rapporti tra le culture e le forme della presenza islamica in Germania e in Europa. Su questi temi, il movimento Pro Köln, nato dall'opposizione alla moschea (sostenuto, alle comunali del 2004, da quasi il 5% degli elettori) ha organizzato il Congresso «contro l'islamizzazione», ricevendo l'adesione di varie forze europee (non solo di estrema destra) accomunate dal rifiuto del «multiculturalismo» (a titolo personale, ha aderito anche l'esponente leghista Borghezio).
Alcune di queste sigle sono forse “imbarazzanti”, ma questo non può essere un alibi per sottrarsi alle questioni su cui è incentrato il congresso: questioni vitali per il futuro dell'Europa, e sentite dall'opinione pubblica in modo ampiamente trasversale, come ha dimostrato la mobilitazione contro la grande moschea. Il fronte del “No” comprende anche la sociologa di origine turca Necla Kelek, nel mirino degli integralisti per le sue posizioni di “musulmana laica”, o lo scrittore Ralph Giordano, intellettuale ebreo e di sinistra sfuggito all'Olocausto, che non ha aderito al congresso ma ha avuto un ruolo di punta nella contestazione della grande moschea come «dimostrazione di potere dell'Islam». Il cardinale di Colonia Meisner difende la libertà religiosa ma evoca la spinosa questione della reciprocità: «La libertà religiosa di cui godono i musulmani in Germania deve essere riconosciuta anche per i cristiani che vivono nei Paesi dove la maggioranza è musulmana». Esempi che confermano la serietà delle questioni poste dal movimento di Colonia.
Di fronte a tali questioni è un atto di miopia, o di cinismo politico, limitarsi a criticare il pedigree dei promotori, come fa la gran parte delle forze “politicamente corrette”, schierate a difesa del modello “multiculturale”: un modello già fallito nelle rivolte delle periferie francesi o nelle incredibili aperture inglesi al riconoscimento dei tribunali islamici. L'alternativa non può essere il rifiuto dell'altro o l'omologazione forzata delle diversità. La pluralità - di popoli, di fedi, di culture - è un dato costitutivo della storia e dell'identità europea. Ma la pluralità, per non essere fattore di disgregazione della società, deve essere “governata”. Per questo, non basta l'appello alla tolleranza. Occorre chiarire dentro quale cornice tale principio venga declinato: in un “multiculturalismo” che sfocia in relativismo etico e giuridico, fino a prevedere, come in Gran Bretagna, la possibilità di tribunali speciali basati sull'appartenenza religiosa dei cittadini? O invece in un pluralismo autentico, basato su principi e valori non negoziabili, a fondamento della libertà di tutti e della civile convivenza tra “diversi”?
La domanda non è più rinviabile. Senza risposte chiare, il processo di (mancata) integrazione non produrrà che nuove tensioni e divisioni, proprio a danno della tolleranza che i “multiculturalisti” si illudono di difendere col semplice ricorso al “buonismo”. Non è in discussione la libertà religiosa o la possibilità di edificare luoghi di culto. Se ogni nuova moschea suscita polemiche, è perché resta irrisolto il rapporto tra l'identità europea ed una cultura religiosa ancora lontana, nelle sue espressioni maggioritarie, dal senso della laicità. La posta in gioco non è l'altezza di un minareto o la capienza di una sala di preghiera: è la possibilità di conciliare il rispetto dell'altro con il rispetto di sé. La possibilità di restare liberi e di tenere insieme la società. Di costruire un'Europa autenticamente laica, perché non indifferente ai valori dello spirito, ed autenticamente pluralista, perché non indifferente ai valori umani. Un'Europa capace di accogliere perché capace di scegliere, e quindi anche di respingere quello che risultasse incompatibile con la sua cultura della persona umana. Gran parte dell'opinione pubblica avverte, magari confusamente, il senso di questa sfida. Le riflessioni su una nuova laicità nell'incontro tra Papa Benedetto e Nicolas Sarkozy aprono nuovi spazi in questa direzione. Altri, per miopia o per cinismo, si attardano tristemente nell'esaltazione del «relativismo assoluto».
*Professore di Lingua
e Letteratura Araba all’Università La Sapienza
di Roma