Se An sceglie il Partito della Libertà

Sandro Bondi*

Ripensare il centrodestra nella prospettiva europea. Il titolo del documento politico-culturale-programmatico di Alleanza Nazionale mostra l'orizzonte duplice della riflessione comune di questo partito. Da un lato, l'esperienza del centrodestra italiano, con epicentro analitico il governo Berlusconi; dall'altro, l'Europa come progetto incompiuto, da «ri-fare», sostiene il documento. Un orizzonte complesso, preso di mira esplicitamente. Da Fiuggi in avanti, An ha messo in moto un processo di riconversione della tradizione della Destra nazionale, allargando sia i riferimenti culturali, sia il blocco sociale di riferimento. Questo documento continua coerentemente l'opera di Fiuggi, conducendo An nel solco della tradizione europea popolare e conservatrice che, da Sarkozy a Cameron, sta tentando la strada della coniugazione dei diritti individuali e dell'equità sociale.
Lo sforzo che compie An è ripensare l'orizzonte strategico e culturale per creare un’alternativa di lunga durata alla sinistra. An ripensa la figura essenziale del centrodestra. Non la destra, in quanto tale, ma il centrodestra come agglomerato di blocchi sociali e ceti politici. Questa iniziativa potrebbe condurre la destra nazionale in una sorta di «terra di nessuno». Questo è il rischio e la scommessa politica di An. Il partito di Fini sembra oscillare tra la volontà di produrre un cambiamento attraverso il superamento dello «schema destra/centro, e un'attenzione al mondo anglosassone, al «conservatorismo compassionevole» di Olasky, Bush e Cameron. Il rischio è che l'operazione risulti astratta e poco spendibile politicamente, anche perché i blocchi sociali di riferimento rimangono quelli che sono e An non è in grado di trovarne di nuovi, data la realtà rigida e statica del nostro paese, a mobilità sociale zero, secondo il Censis. Naturalmente, in questo quadro complesso, emergono due premesse alle quali nessuno può sottrarsi: a) il centrodestra italiano non è una parentesi della storia, né un incidente di percorso; b) c'è «un popolo delle libertà» che ha finalmente preso coscienza di sé». Sulla seconda considerazione occorre operare un approfondimento politico circostanziato e, guardando bene, emerge che il protagonismo inedito del «popolo delle libertà» è oggettivamente scaturito dall'azione politica del leader della Cdl, Berlusconi. An progetta un percorso di ri-costituzione politica nei termini del «partito-polo», capace cioè di «rappresentare ed esprimere un'area vasta e plurale, di culture e sensibilità diverse, cattoliche, liberali e nazionali». Va da sé che, per raggiungere questo obiettivo, la prospettiva delle geometrie variabili della politica italiana, «lo schematismo destra/centro», sia considerato «un limite da superare».
Certo, il punto di vista è comprensibile sul piano della strategia politica e giustificabile su quello dell'analisi cultural-politica, ma non si tratta certamente di un'acquisizione che si possa dare per scontata, perché troppe sono le variabili intermedie da valutare. Comunque possiamo dire che già attraverso la corretta analisi del blocco elettorale e sociale della Cdl questo dualismo artificioso non aveva più ragion d'essere. Questa valutazione serve a introdurre la parte più strategicamente significativa del documento; e come? Affermando l'intenzione - legittimissima - di fare il «catch-all-party», il partito che, dal centro, spostato verso una destra assimilabile ai valori e alle idee del «conservatorismo compassionevole», riesca a «conquistare» il serbatoio dei simpatizzanti, ma non votanti. Ci vuole, sostiene il documento, «un grande partito nazionale e popolare di ispirazione e respiro europei». Tradotto: entriamo nella grande famiglia del Ppe che, essendo multiforme e, per alcuni aspetti, non ben definibile, offre spazio a coloro che si sentano conservatori liberali, non laicisti e solidaristi sul piano socio-economico. A queste conclusioni si può giungere leggendo le ultime frasi del documento. La base analitica verte sul nesso tra il blocco sociale del ceto medio e la soggettività politica, la vasta area, da rappresentare, dei «produttori di reddito e di valori», intendendo con questi ultimi i ceti sociali interessati allo sviluppo di un'economia partecipativa, cavallo di battaglia della destra sociale. Il punto-chiave consiste nel mix tra la solidarietà del conservatore illuminato e le aspirazioni della destra nazionale all’ordine sociale e alla sicurezza. Una destra, questa, non chiusa alle spinte del progresso, sensibilmente fuori dal suo naturale blocco elettorale, con un appeal «liberale» e carico di tensione al cambiamento. Il Centro compassionevole e popolare: la cultura delle riforme nella continuità della tradizione di un popolo. A questo punto, però, dall’analisi del documento emerge una domanda: cos'è, oggi, la destra? È possibile azzerare il mondo culturale della destra, nelle sue molteplici forme e declinazioni, così, sic et simpliciter, aprendosi al «conservatorismo compassionevole» anglosassone, che non ha radici in Italia? Si badi: questa formula politica, che non è molto complessa, può anche trovare riferimenti politici nel nostro paese. Ma come fare ciò, senza prima aver ripetuto e superato una storia, con i suoi contorni e i suoi limiti? Il documento aspira ad una «destra inclusiva», secondo la formula, ben nota negli ambienti anglosassoni, dell'inclusive language. Ma una destra siffatta, così prossima alla matrice liberal, è ancora una destra nazionale e tradizionale? Cioè, è ancora una proposta politica conservatrice-popolare o rimane appesa nell'astratto cielo della progettazione politica di vertice? A meno che, questa marcia culturale e politica di Alleanza Nazionale non trovi uno sbocco naturale nel nuovo soggetto politico dei moderati e dei riformisti, il nuovo partito della Libertà, lascito storico dell'impresa politica di Silvio Berlusconi. Allora sì che questo travaglio culturale può avere anche un valore politico stringente e lungimirante. Io sono convinto di sì.
*Coordinatore di Forza Italia