"Se serve la violenza, la religione è sfigurata"

Benedetto XVI chiarisce il suo giudizio sull’islam, dopo le polemiche seguite al discorso di Ratisbona. Poi visita la grande moschea Al Hussein, dove riceve i ringraziamenti del principe (cugino del re Abdullah) per il suo «coraggio morale»<br />

nostro inviato ad Amman

Il Papa entra a passi piccoli e svelti nella grande sala della preghiera della moschea «Al Hussein bin-Talal» di Amman, ammirandone il soffitto a volta e i marmi bianchi e ocra. Non si toglie le scarpe, com'era pronto a fare, perché sui tappeti sono state sistemate delle passatoie, e anche il principe Ghazi, che l’accompagna, tiene i sandali ai piedi. Ratzinger non si ferma in raccoglimento, come fece nel novembre 2006 nella moschea Blu di Istanbul, perché qui nessuno gli chiede di farlo. Ma l'immagine del Pontefice che varca la soglia della recentissima e monumentale moschea dedicata allo scomparso re Hussein, la più grande della Giordania, segna la seconda giornata del viaggio papale in Terrasanta e rappresenta un'ulteriore tappa nel dialogo con l'islam dopo le polemiche scaturite dal discorso di Ratisbona.
Già prima di arrivare alla moschea, Benedetto XVI aveva parlato della «perversione» e dell'uso distorto della religione che istiga la violenza. L'occasione è il discorso che pronuncia a Madaba, benedicendo la prima pietra della nuova università cattolica del patriarcato latino: «La religione - afferma - viene sfigurata quando viene costretta a servire l'ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l'abuso». Poi, giunto al centro islamico, il Papa viene accolto dal giovane principe Ghazi Bon Muhammad Bin Talal, cugino di re Abdullah II, ispiratore della lettera dei 138 ulema che avevano aperto un dialogo con il Vaticano dopo Ratisbona. Insieme visitano il museo annesso, dov'è conservata la lettera di Maometto, scritta su pelle di gazzella, inviata all'imperatore Eraclio I di Bisanzio per chiedergli di convertirsi all'islam.
Nel grande atrio, antistante la sala di preghiera, Ghazi, personalità carismatica, rivolge al Pontefice parole che intendono chiudere ogni malinteso e aprire una stagione nuova di collaborazione e di dialogo. Il principe ricorda gli ottimi rapporti che da secoli si sono instaurati tra i cristiani e i musulmani in Giordania. Poi cita Ratisbona: «Io devo ringraziarla per il rammarico che ha espresso dopo il discorso di Ratisbona, per la ferita causata da questo discorso ai musulmani che hanno specialmente apprezzato la chiarificazione da parte del Vaticano sul fatto che quelle espressioni sul Profeta Maometto non riflettevano il pensiero di Vostra Santità, ma erano solo una citazione all'interno di una conferenza accademica».
Il principe ha aggiunto che Maometto è «completamente diverso dalle storiche rappresentazioni distorte che ne sono state date in Occidente». E ha elogiato il Papa per il suo «coraggio morale» di parlare secondo coscienza, senza seguire «le mode del giorno», come ad esempio nel caso della liberalizzazione della messa tridentina. Nel rispondergli, dopo aver definito «stupenda» la moschea, Ratzinger si dice preoccupato per il fatto che alcuni ritengano la religione un elemento di divisione, e così auspicando che ad essa si dia il minor spazio possibile nella sfera pubblica. Il Papa ammette che contrasti e divisioni non possono essere negati. Ma fa notare come «spesso sia la manipolazione ideologica della religione, talvolta a scopi politici, il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e non di rado anche delle violenze nella società». Benedetto XVI elogia la lettera dei 138 ulema, nota la sintonia con quanto lui stesso aveva scritto nell'enciclica Deus caritas est, ricordando «il vincolo indistruttibile fra l'amore di Dio e l'amore del prossimo» e la contraddizione dell'usare il nome di Dio per giustificare la violenza. Insiste sul rapporto tra fede e ragione, spiegando che «quando la ragione umana umilmente consente ad essere purificata dalla fede non è per nulla indebolita», bensì «è rafforzata».
Conclude invitando cristiani e musulmani ad impegnarsi per il rispetto dei diritti umani la libertà religiosa. Gesti e parole, quelle di Ratzinger, destinate a lasciare il segno. Anche se due importanti mufti giordani si sono detti delusi per il fatto che il Papa non abbia chiesto perdono per le parole di Ratisbona. Due giorni fa, intanto, si è dimesso Zaki Bani, presidente del Fronte di azione islamico della Giordania, che alla vigilia della visita aveva preteso le scuse del Pontefice.