Se lo spirito impugna la violenza

Non accade frequentemente che sfogliando un libro si mescolino nella nostra immaginazione (che poi altro non è che la memoria attiva e operante) ricordi di letture d’infanzia relegati a una sorta di mondo edenico e inquietanti sequenze e pensieri relativi alla realtà del mondo odierno. Insomma: è vero che la setta dei Thug, i terribili strangolatori indiani, è esistita storicamente, ma per noi i loro turbanti e i loro lacci sono inscindibili dai romanzi di Salgari, da quell’India favolosa lontana, ad esempio, da quella per altri versi mitica di Gandhi, o del Mahabarata. E così come la figura del kamikaze è ampiamente illustrata da una ricca (anche troppo) tradizione letteraria e cinematografica, in questi tempi assurge prepotentemente (in senso letterale) al centro dell’attenzione del mondo, poiché il kamikaze rappresenta un pericolo reale, fisico, per qualunque abitante di una città d’Occidente o di uno Stato all’Occidente in qualche modo alleato. Come per il Thug non sfuggiamo alla memoria narrativa, per il kamikaze tutta la fastosa (e a mio parere insopportabile) mitologia scompare di fronte a una realtà in cui lo stesso personaggio perde la sua maschera, gli occhi a mandorla, la voce soffiante, del giapponese, per assumerne una indecifrabile.
Eppure, quando leggiamo di un importante gruppo di Thug arrestato dall’ufficiale inglese Sleeman, della sua scoperta di corpi strangolati e aperti con coltelli ai fianchi per impedirne il rigonfiamento e facilitarne la decomposizione, quando leggiamo dei kamikaze dopo esserci soffermati sulla storia dei Templari, vistosa, violenta, effimera, o quella degli Ospedalieri, meno teatrale ma più duratura, o di Sinan, il Vecchio della Montagna capo di una setta islamica del XII secolo, immaginazione e cronaca si confondono: di questo Vecchio, ad esempio, parlava niente meno che Marco Polo, nel Milione, il più straordinario reportage mai inventato, e la realtà a cui fa riferimento è crudelmente, oggi, presente, in forme peraltro poco modificate.
I guerrieri dello spirito, di Leonardo Vittorio Arena (Mondadori, pagg. 268, euro 17), ha il merito di suscitare questa strana mescolanza di memorie leggendarie, fiabesche (non dico mitiche, perché per me le crociate e i kamikaze non sono mai stati un mito, Ulisse è un mito, o Ettore, o Moby Dick, o Amleto, o D’Artagnan, non i grossi soldatini viventi), e irruenti visioni di cronaca. Con molta lucidità, molta prudenza, una capacità comparativa non comune, erudizione non ostentata e felicità di scrittura (a cui un poco indulge, quasi come ispirato da un editor), l’autore, orientalista di rilievo, affronta una questione divenuta di assoluta attualità, e giacente nella nostra storia e memoria: la strana combinazione in cui un’idea salvifica del mondo, spesso di notevole portata spirituale e prospettiva metafisica, si fonde con la scelta di una militanza guerresca, netta, dichiaratamente violenta, mirante all’eliminazione dell’infedele, o del nemico, anche a prezzo della propria vita.
La grande letteratura ha affrontato l’agone umano come tragedia cosmologica, pensiamo all’Iliade, alla Commedia, al Paradiso perduto di Milton, alle tragedie storiche di Shakespeare, o l’ha tradotta in danza giocosa, per eroderla alle fondamenta, con la sua trasmutazione in gioco, vedi l’Orlando furioso di Ariosto. Ma lo studioso Arena si occupa di un altro aspetto, poco esplorato, della faccia guerresca dell’uomo: non la pulsione bellica, né l’adozione di ideologie per definizione criminali. No, qui si affronta la questione della violenza in nome di valori intrinsecamente positivi. Impossibile riassumere la posizione dell’autore, e questo è un complimento, nel senso che egli si immedesima in ogni questione e cerca di raccontarcela, sviscerandone tutti gli aspetti conoscibili, senza pregiudizi. E ci accorgiamo che l’accoppiamento di fede e violenza è bel problema.
Complesso, anche per chi, come il sottoscritto, lo trova già esplicitato nel capolavoro di Ingmar Bergman, Il settimo sigillo, dove il cavaliere di ritorno dalla crociata aveva accresciuto la propria percezione del dolore, e aveva cognizione del male compiuto, più che del bene eventualmente difeso.