Se un vecchio monaco trappista sbaraglia la Jolie al botteghino

In Francia "Uomini di Dio" è già un caso cinematografico: due milioni di spettatori in
tre settimane Sullo sfondo di una guerra civile, il film parla di fede,
di islam e del senso di sacrificio

Parigi - In tre settimane due milioni di francesi hanno visto Des Hommes et des Dieux (Uomini e Dei) di Xavier Beauvois. «Eppure da decenni - ironizza il regista Bertrand Tavernier - negli ambienti del cinema si ripeteva che film con frati non incassa!».
Ispirato dal libro Più forti dell’odio di Christian de Chergé (Edizioni Qiqajon), il priore di Tibhirine, Des Hommes et des Dieux era apparso subito sotto buoni auspici. Selezionato in concorso per il Festival di Cannes, era stato salutato - fatto raro - da un lungo applauso della stampa e da uno lunghissimo del pubblico. Poi c’era stato il Gran premio della giuria, presieduta da Tim Burton, uno che sa mettere d’accordo pubblico e critica anche quando non fa il regista, ma giudica i suoi colleghi.

A motivare il pessimismo commerciale degli ambienti cinematografici francesi su Des Hommes et des Dieux c’era, col pregiudizio razionalista, il fatto che fosse un film senza divi, interpretato «solo» da bravi attori come Lambert Wilson e Michel Lonsdale. E infatti è uscito in Francia in metà delle copie rispetto all’ultimo film con Angelina Jolie. In Italia Des Hommes et des Dieux uscirà venerdì 22 ottobre col titolo Uomini di Dio, l’opposto del titolo originale, inganno meditato per attrarre il pubblico credente e monoteista, anziché quello generalista. E anche questo è un modo per non credere nel film.

Le polemiche di Cannes troveranno un rilancio italiano, se non altro sul versante dello «scontro di civiltà». Infatti il film racconta i tre anni precedenti la strage dei monaci di Tibhirine («giardinetto» in lingua cabila), avvenuta nell’Algeria del 1996, dilaniata dal terrorismo islamista, dalla sua repressione e dalle fratture che essa provocava nel governo, nelle forze armate e nelle relazioni internazionali.
Di Tibhirine si parla ancora in Francia per il processo ancora aperto, allo stesso modo che in Italia si parla ancora di Nassiriya... Beauvois non poteva fare un film di suspense. La fine è nota: sette monaci sequestrati e uccisi. Dagli islamisti, parve allora. In realtà colpiti per errore da un elicottero dell’esercito, quando erano prigionieri di guerriglieri «islamisti» controllati dagli stessi servizi segreti algerini.
Per evitare che affiorasse la verità, i cadaveri, crivellati di colpi, furono decapitati. Solo le teste vennero fatte trovare. Ma Beauvois non mostra tutto questo. Si sofferma sul prologo della fine, facendo un film d’atmosfera, non un film d’azione. E così Des Hommes et des Dieux narra la difficoltà di vivere le proprie idee.
Significativo che il tam-tam del pubblico sia cominciato sulla Croisette, quando la critica francese accusava il direttore del Festival di Cannes, Thierry Frémaux, di aver scelto film senza pregi estetici o economici. Erano le ultime parole famose...

Laico quanto Tavernier - significativamente generoso con Des Hommes et des Dieux, poiché questo film era rivale in concorso del suo La princesse de Montpensier -, Beauvois dice: «La Chiesa mi snerva». E aggiunge: «Christian (il priore, ndr) snerva a sua volta la gerarchia, specie perché s’avvicina all’Islam. La gerarchia lo giudica precipitoso ed estremista... Ma ha ragione lui. I monaci sono uomini liberi, eguali fra loro e rispetto ai loro vicini. Non cercano proseliti. Girando, vedevo i parallelismi con la situazione francese: siamo sempre meno liberi, meno uguali, meno fratelli...».

Attento sia al sacro, sia al cinema, Alain de Benoist osserva: «Spoglio, se non austero, Des Hommes et des Dieux ha un successo difficile da capire. Ha riunito un pubblico più ampio di quello cattolico; non ha ambizioni storiche, perché non indaga sulle circostanze della strage; né la sua qualità artistica spiega il suo successo. Esso deriva dall’ansia di spiritualità degli spettatori, ormai senza riferimenti in un mondo complesso, globalizzato e iperconsumista? È una protesta antimaterialista? Interpretazione ottimistica, forse. Se ognuno può riconoscersi nel film, è perché ci s’interroga sulla relazione con la propria libertà, sull’alternativa fra partire e restare, sull’autenticità, sulla capacità di esistere in una comunità».