Se il Venezuela di Hugo Chavez guarda a Fidel

Livio Caputo

Con Fidel Castro ormai sul viale del tramonto, un altro leader anti-Usa sta cercando di raccoglierne l’eredità nell’America latina: è Hugo Chavez, presidente del Venezuela e apostolo di una «rivoluzione bolivariana» che, nei suoi piani, dovrebbe aprire la strada a un grande ritorno del socialismo nel XXI secolo. La sua ultima iniziativa è il risuscitamento di quel Festival mondiale della gioventù, inventato da Stalin nel 1947 in funzione antioccidentale, che sembrava morto con la caduta del muro di Berlino. Invece la sedicesima edizione in programma questa settimana a Caracas, con lo slogan «contro l'imperialismo e la guerra» vede la partecipazione di quindicimila studenti provenienti da 144 Paesi - Italia naturalmente compresa - che sono sfilati al grido di «Morte a Bush». Nel discorso di benvenuto, Chavez, in fiammante camicia rossa, ha definito gli Stati Uniti «il più selvaggio, crudele e sanguinario impero di tutti i tempi», ma ha anche assicurato che, se mai osassero attaccare il Venezuela, verrebbero annientati.
Nella sua campagna antiamericana, Chavez non si limita alle invettive. Lo scorso mese ha lanciato, con il sostegno di Argentina, Cuba e Uruguay, la televisione satellitare Telesur che nei suoi piani dovrebbe assolvere in Sudamerica alle stesse funzioni che ha Al Jazeera nel mondo arabo. Forte delle sue sempre crescenti entrate petrolifere, che gli permettono di distribuire aiuti a piene mani (ha perfino comprato 538 milioni di dollari del famigerato debito argentino per sostenere il governo di Buenos Aires), sta cercando di costituire nella regione una alleanza di Paesi di sinistra che dovrebbe aiutarlo - parole sue - a «salvare il mondo minacciato dalla voracità dell’imperialismo yankee». Il Venezuela appoggia invece la guerriglia di ispirazione marxista all’opera nei Paesi che considera alleati di Washington, in particolare nella vicina Colombia e, nella stessa logica, si è avvicinato all’Iran, alla Corea del Nord e a tutti i governi nemici dell'America.
L’attivismo internazionale di Chavez è cresciuto negli ultimi mesi di pari passo con l’aumento dei prezzi del greggio, che ha e ha messo a sua disposizione ingenti mezzi su cui esercita un controllo quasi personale. Il paradosso è che buona parte di questo danaro proviene proprio dagli Stati Uniti, che comperano dal Venezuela circa un sesto del loro fabbisogno. Poiché, nelle attuali condizioni di mercato, non può rinunciare a questa fonte, Washington cerca di combattere il dittatore con altri mezzi: nel 2003 ha appoggiato un tentativo di golpe e nel 2004 ha sostenuto le forze che avevano promosso un referendum contro il presidente, ma entrambi i tentativi sono falliti.
Tecnicamente, Chavez non può essere considerato un dittatore, perché ha ottenuto una regolare investitura popolare, soprattutto grazie ai soldi che ha distribuito alle masse dei diseredati prima delle elezioni. Ma, dopo avere distrutto la classe media e provocato, con le sue misure demagogiche sta perdendo rapidamente consensi e le elezioni presidenziali in programma nel 2006 rappresentano un’incognita. Il suo avversario principale oggi è il cardinale Rosario Castillo Lara, arcivescovo di Caracas, che lo ha definito «un dittatore paranoico bisognoso di un esorcismo» e ha paragonato il Venezuela a Cuba. Chavez ha replicato al porporato del «bandito posseduto dal demonio» e accusandolo di essere «un cancro per il Paese». Lo scambio di insulti è troppo recente per dire in che misura influirà sulla lotta politica, vista la grande influenza che la Chiesa esercita proprio su quei ceti che fin qui ha costituito la base del potere di Chavez. Una cosa, tuttavia, è certa: finché resterà al potere e finché continuerà la bonanza petrolifera, Chavez rappresenterà per gli Stati Uniti una spina nel fianco come Kim Jong Il o il nuovo presidente iraniano Ahmadinejad.